#44

In un fiume
freddo di parole
poche
vere
tra le paure
altisonanti
non so cosa voglio
so cosa
mi manca.

Non può bastare
un solo
sogno
per una sola vita.
Come
una pagina
per una storia
vera
che voglio
far ricordare.

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Sulla punta delle dita.

Le vedi queste lacrime tra tutti, le nostre scelte, poi tutti i sogni che non hanno deciso di presentarsi, li sentirai forte, forte scorrere, ti sentirai forte.
Ti sentirai scorrere forte dell’acqua sulle guance e non saranno lacrime, non avrai più quei pantaloni stretti in vita, della vita, le tue scarpe bianche non saranno pronte sulla strada che si aprirà presto, pronta per non essere percorsa.
Porterai le mani sulle spalle, stringerai il tuo di petto tra le braccia tue e di nessun altro.
E’ una forza che sa di esser vinti, come non aver mai vinto davvero, come una maglietta ancora stropicciata, e i capelli non più belli, come cercavi di renderli.
Tre ore a pensare che sarebbe stato bello avere tanto tempo e poco sonno, invece di avere tanto sonno e poco tempo. Poco tempo tra le labbra, in quella piccola scossa che senti quando le apri veloci, e che rilasciano parole, veloci, velocissime.
Agito, corre, non ad agio, corri, corpi senza essere sentiti, tra una strada o nell’eco di una stanza vuota.
Si muove come da un finestrino lato passeggero, guarda al lato, investito o trafitto, da linee veloci, geometriche o non smussate, baciarsi lentamente, baciarsi nella mente, dentro ad ogni piccolo dettaglio, con ogni piccolo dolore, contro ogni piccolo dolore che separa la pelle.
Galleggia un po’ d’inchiostro nel gel di una penna.
Trema, trema nel silenzio che non si fa affrontare, senza affondare completamente, l’acqua, la luce e muove tre secondi di tempo, non me ne sto accorgendo.

“S’ascende e si precipita e ci s’allarga intorno”

Il tempo scorre len-tis-si-ma-men-te quando devi raggiungere la tua meta, il viaggio è lungo ma la stanchezza non supera l’entusiasmo che fa fremere e sorridere. In un attimo la scena salta, io ed un’altra persona siamo sotto un enorme grattacielo. Alziamo il naso nello stesso momento, riesco ancora a sentire il dolore dietro il collo per lo sforzo. I dialoghi sono pochi, caotici, non riesco a ricordarli. Intorno c’è una grande confusione, persone che corrono, automobili forse gialle, delle fontane. Una ragazza dai capelli rossi volteggia nell’aria con una grande sicurezza, prima fa un giro su sé stessa, poi stende le gambe, apre le spalle e allarga le braccia, arriva a terra, fa un sorriso, forse qualcuno batte le mani. Ora siamo tre e siamo su un tetto fatto di altri piccoli tetti geometrici, spigolosi e scivolosi, divisi dal vuoto. Sotto una città che non guardo e non riconosco. Ci accoglie una ragazza, forse ha una frangia sugli occhi e dei capelli neri, lunghi sicuramente. “Chi si prende la responsabilità di tutte queste vite?”, chiedo una cosa del genere. Non ho risposte, forse un leggero sorriso non rassicurante. C’è gente vestita sportiva, non ha paura e se la ride. In un attimo siamo nel punto più alto del palazzo, oscilla. Mi tengo ad un palo di ferro, intorno è come essere in un aereo tra le nuvole. Oscilla ancora e del vento sento solo il rumore. C’è una porta minuscola più sotto, qualcuno riesce ad entrare, lo fa anche una persona accanto a me e svanisce. Io non riesco. Corro per ritornare da dove ero partita,
è
lontano
da
me,
lo faccio veloce, con dei salti, a volte le scarpe sono metà sul cemento metà nel vuoto. Arrivo, mi siedo tra una folla che non mi vede, mi dispero. L’altra persona che era con me non mi ha seguita, la vedo per un attimo forse, continua ad andare avanti. Più vicino, a destra e sinistra, perdono l’equilibrio e precipitano persone, uno ha una felpa nera, nessun urlo né rumore, nessuno se ne accorge. Resto immobile nell’attesa di vedere la persona che era con me ritornare. Non torna. Qualcuno è riuscito a scendere, li vedo correre per delle scale a chiocciola che arrivano fin giù alla strada. Io sono ancora lassù ad aspettare e ora non vedo nessuno. 

Echi

Avrai negli occhi il sapore di un inverno e saranno liberi i diciott’anni che non hai più.
Sarà spento intorno e saturo in una stanza allagata da parole.
Ma ti verrà da ridere quando non vorrai raccoglierle.
Tua madre dice che va tutto bene, va tutto bene come lo dicono i Ministri.

Scrivo che tra mille venti vorrei esser lasciata a San Francisco.
Ho perso il controllo della retorica per smettere con i ti amo banali.
Torno subito, sto arrivando che ci dividono solo dodici ore.

Quelle poche fotografie da mostrare, quelle da scriverne di storie, e quattro modi per evitare le mancanze.
Con due stivaletti di una stagione intera ho saltato due giornate per ripartire, creare nuove parti.

Quando vuoi che venga io da te Primavera, non ci vediamo mai o ti sento già lontana mille miglia, senza sapere quante sono.
“Creare il futuro per essere felici” è il post-it sul mio letto, come il sole tra una montagna e un palazzo.

 La mia prima illustrazione.

Riassunto: esisto.

A volte il tempo non coincide con le parole o le parole non capitano quando hai tempo.
Sono passati tre mesi more or less da quando non scrivo e circa un anno da quando ho iniziato a farlo in questo posto un po’ autunnale. 
Ho fatto un esame di stato, preso il mio novanta/centesimi e lasciato la mia scuola, poi il tempo non so bene come sia passato.  
Non sono stata nemmeno un giorno al mare, credo di aver scelto la mia università temporanea e di aver stretto al petto le vere persone vere. 

“Domani partiamo per Berlino!” dicevo e ora vorrei parlarne così tanto che poi non dico più niente.
R. ed io avevamo delle promesse, con dei tempi di attesa, ma pur sempre desideri da avverare. Abbiamo preso un volo e non abbiamo mai capito una parola del tedesco. Le parole ci sono mancate spesso, ma intorno tutto si colorava.

Mi vergogno. Sei contenta? Danke. Siete italiane? Passami la mappa. Scendiamo a questa fermata? Near Rome. Hai lo spray? Mangiamo qui stasera. Ma siamo ad est? Siamo studenti. Junk food. Poi ti chiamo. È piccante? Ma come si dice in inglese? Ti voglio bene. Fammi una foto la mando a mamma. Near Naples? Nein! Riposiamoci. I braccialetti per la nausea. Il muro si sente. In english?
Ed altri mille attimi.

Andare è essere vivi per un po’, con tutta la vita davanti, addosso, sulla pelle. Perdere il senso del tempo e correre, salire, mostrare, scendere, sorridere, trovarsi e poi smettere di cercare.
È non tornare mai, appartenere al mondo.

Ora nella mia stanza sembra già settembre, sono sola di nuovo, mia sorella è ripartita con un bacio sulla guancia mentre dormivo e le lenzuola profumano di fresco, quasi non di estate.
Sul soffitto ho una mappa dei ricordi.
Anche se è un po’ buio e un po’ mi sento a pezzi, nel disastro il futuro era sempre lì a sorriderci.
Vorrei essere sincera e dire che sto bene, ma sto solo cambiando. Ho scelto di crescere, di uscire da tutto quello che in qualche modo si era costruito.
“Devi fare solo le cose che ti fanno stare bene!”
Settembre torna, lo sento tutto il peso nello stomaco.
“Lo sapevamo che era così: è il tuo modo di iniziare.”
Però stasera ho fermato l’ansia e spento la luce, poi c’è tempo per pensare a tutto il resto. 

Mio padre mi ha portato dei fiori, mia mamma mi ha offerto una birra.

E’ mezzanotte, come ti senti?
Mi sento solo come ieri.

Mi stringono e mi stringo nell’imbarazzo. E’ così avere diciott’anni, non è niente.
Sono un sacco di pugni allo stomaco i messaggi che ricevo, come se certe persone avessero accumulato tutto ciò che sentivano durante l’anno, adesso mi fanno piovere parole addosso e mi fanno piovere gli occhi.
“Hai un mondo dentro”, sì ma è in corso un cataclisma.
“Ti auguro tutto”, quando avrei preferito che mi stessi soltanto accanto.

Sul banco si presenta un mazzo di fiori, rose di quel rosa che a me non piace poi così tanto.
“Vorrei scriverti tante cose belle come hai fatto tu, ma… ti voglio bene da morire.”
Siamo solo uguali, è solo il bene di una vita intera.

“E’ il nostro compleanno, io ero con te in quella stanza, eravamo sole. Beviamoci una birra.”
E mi viene così tanto da sorridere che non ci penso a tutto il resto.
E’ che sono tutto quello che mi ha dato, che mi ha detto, scritto.

Ma è così avere diciott’anni, non è niente.
E’ non dire di avercela fatta, perché non sei nemmeno a metà dell’opera. E sono senza colori, senza bozze per il futuro.
E’ un giorno di resoconti, di chi è lontano e non l’ho mai sentito così vicino, di chi ha capito tutto, chi niente.
Vorrei non avere solo il ricordo, ma anche la certezza di portare con me tutto questo.
Ieri ero sempre io, anche domani lo sarò. Sempre quella che odia le sorprese.
E’ la mia storia, la sto scrivendo io, mi vedo, mi sento, con tutta la voglia di andare ancora, di ricordarmi un po’ che esistere non è uguale a lottare, che aspirare non significa illudersi.
La fine di settembre è questo, solo un altro livello di una spirale di vita.
Come al solito, mi lego tutto ai polsi.
E non mi sono mai sentita così piccola.