Io da tanto

Quello che c’è fuori dal mio balcone alle sette di sera è un pezzo di cielo e città, scende presto il sole, tra ombra e vento, seduta, mi copro la faccia, come quella volta in cui mi insegnarono il tramonto con gli acquerelli.
Solo sedici euro e due bicchieri per un tramonto a qualsiasi ora del giorno.
Come il tramonto a Copenaghen, tra la pioggia e quaranta corone per ogni respiro.
Le più grandi decisioni si prendono nei momenti più brevi possibili, come quando dico a mia mamma che andrò via mentre mettiamo il mascara allo specchio e mi risponde che lei e papà non mangeranno più le patatine fritte, così saranno magrissimi quando torneremo a casa.
Mi piace l’idea del tornare a casa, è sempre stata la mia soluzione.
Sono sul bagnasciuga di un anno che sarà difficile, mi ricordo che ho scritto sul post-it accanto: “avremo qualcosa da raccontare” .

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#44

In un fiume
freddo di parole
poche
vere
tra le paure
altisonanti
non so cosa voglio
so cosa
mi manca.

Non può bastare
un solo
sogno
per una sola vita.
Come
una pagina
per una storia
vera
che voglio
far ricordare.

Natali spenti, interruttori persi.

Cos’è se non una corsa continua.
Vorrei fermarmi a volte, a guardare scorrere il ricominciare del tutto.
Il Natale l’ho visto, ve lo giuro.
L’ho letto e ci ho pianto pure.
L’ho guardato e gli ho sorriso più che potevo.
Forse significa smettere di avere paura, e che siamo noi quando smettiamo di averne?
Siamo fiumi di parole, di momenti fermi, di materia che scompare, se non quel noi-materia che stringendoci potremmo non scomparire mai.
Scrivi così resta, è questa la verità, è questo che voglio.
Dicono che gli umani hanno solo paura di essere dimenticati, è questo di cui, anche alla vigilia di Natale, sono convinta.
Così gli altri custodiscono oggetti per non dimenticarci mai.

Scendo tra la folla ma devo prendere presto un po’ d’aria.
Ma auguri per chi, per cosa.
Decidiamo il nostro destino e poi il cinquanta per cento è in base a quanti auguri abbiamo collezionato?
Ma forse Dio non ha collaudato bene il suo calendario, o ho divagato dai suoi impegni?

Vorrei spegnere il Natale, quello delle lampadine, e vedere le luci solo negli occhi di chi guardo.
Ho ricordi nitidi, spigolosi e avventurosi.
Lo ricordo quest’anno ed è già una grande cosa.
Scrivo ancora un capitolo di questa grande storia, la scrivo per farla restare.

Felici sempre.

Caro Giacomo.

Un tipo strano, uno di quelli che “non è bello, ma è affascinante”, uno di quelli che voleva farti la morale, ma se non cogliessi ciò che è vero e fa male, potrei ancora provare a combattere.
Ma con tutto il rispetto, io nelle illusioni ci credo, perchè al liceo mi hanno insegnato che “meglio illusi che depressi”, depressi come lui forse.
Certo, poi dall’affascinante è passato al modesto, a quello che era convinto di non saper fare poesia, così da un giorno all’altro, e così ancora ha cancellato la convinzione e ha tirato fuori tutto l’odio verso gli altri, scritto in versi, parlato, sarcastico, ironico, certo, ma pur sempre odio.
E che ne è adesso del suo infinito, e Silvia come stai, rimembri ancora?
Dico ciò che so, perché per adesso è solo questo, al massimo posso aggiungerci ciò che penso, così, veloce e di getto, senza freni dei giudizi e quindi tanto nasciamo che abbiamo un percorso da fare, che puoi decidere tu dove andare e quale scegliere, ma tutti portano sempre ad un unico posto, in un unico momento.
E ha scelto involontariamente di essere ricordato, di non essere un Giacomo a caso, ma di uno che porti a casa, nello zaino e ti crea pure ansia, per quello che dice, per come lo fa, per come ti sbatte in faccia il mondo e per come tu devi dirlo agli altri, per filo e per verso, perverso.