Agosto di un’estate un po’ così.

Era da tanto che non era agosto e io manco già da un po’, ma ora aumenta la luminosità del tuo telefono e metti gli occhiali sopra i ricordi, l’intera estate dura un giorno.
Maledetta l’abitudine, potessi averla avanti le direi che sono sveglia e sto correndo, sto bene, che banale questa cosa a dirsela da soli. Sono passate nella mia stanza tante storie in questi mesi, ho cercato nuovi legami, recuperato degli amici, perso un mare di cose, tenuto d’occhio bambini sotto il sole, e poi ho ascoltato i Coldplay a Milano, con mia sorella e tanta luce. Forse uno dei momenti più belli della mia vita. Così sono tornata a casa e ho dovuto scrivermi addosso, per sempre, che non sarò mai sola.
E’ uno di quei momenti in cui mi vedo costruire e distruggere, tra cambiare e scegliere la malinconia. Non ho intenzione di abbandonare tutto questo, ma la verità è che scrivo quando sto male, quando fuori fa più freddo del previsto, quando è terapia, quando ci sono fenditure da cui far entrare la luce e bagliori da spegnere.

Ma pur resta che qualcosa è accaduto, per essere qui.
Tra pagine e inchiostro verde, di leggerezza e stelle. Oggi sono io a deporre le armi, che scelgo di non sparare, perché forse merito la pace, merito la cura, la gioia che non manchi mai. Mi riparo dalle cose che non sono come sembrano e scelgo con attenzione chi essere, lieve o decisa, risoluta o provvisoria con la tristezza e il capire, tra i difetti e le correzioni di un giorno.
Parto per partire, perché qualcuno ha detto che quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose. 

Non manca molto, è quasi la fine di settembre, ci sentiamo presto o prima.

 

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Pioversi addosso.

Vorrei scrivere di me che sto bene, che parto, che vedo oltre la provincia, oltre le storie apparenti, che non smetto di correre, e pure.
Da quando ho scritto l’ultima volta sono cambiate tante cose.
Ho aspettato la primavera con gli occhiali da sole, ho la specialità di saper perdere nelle situazioni, la capacità di dare aspettative e deluderle nello stesso momento, l’eccellente fortuna di non sembrare ciò che sono e di contestare decisioni che fanno parte di guerre già perse in partenza.
Costruisco dei grandiosi mal di testa che sembro in hangover perenne, metto in pausa le sensazioni poche volte alla settimana, lascio scivolare le scarpe in giro per città che non mi sono più amiche, metto fine a delle storie perché sono poco capace di organizzare il tempo o forse do solo la colpa ad esso, ho rotto lo zaino e tutte le parole mi sono cadute a terra, si sono scheggiate, altre le sto ancora cercando. Poi mi rendo conto che la vita vera è quel giorno d’inverno in cui del freddo te ne dimentichi.
Una melodia fa vibrare le pareti della mia stanza come quando stai dormendo e passa un camion, ma oggi è domenica e tutto è spento, una calma apparente che stride e muove dentro, dove l’anima ha delle nuvole da temporale.

Piove.

Non mi scrivi, ma posso farlo io per te. Come quando in qualche bar della provincia mi sentivo dire di continuare perché ti piace ed è così scorrevole, proprio come non lo faccio da tempo.
Mi riparerei dove vanno le nuvole nei giorni di sole, al Louvre o nei musei del mondo chiusi al pubblico.
Intanto riempio i momenti di silenzio con parole che nemmeno sanno ascoltare, non ho speranza nei nichilisti, ma basterebbe un respiro di un attimo, l’attenuazione di una notte, un’anima bohémienne nel posto sbagliato, la scoperta di una vera attitudine.

P.s. Yakamoto Kotzuga fa musica che non riesco ad ascoltare per troppo tempo ma, se state leggendo questo post, dovete ascoltarlo per forza.
E anche Ludovico Einaudi, a prescindere.

Napoli ha le All Star gialle e borchiate.

Un compleanno, un po’ d’insonnia, dormo tre ore e alle otto di mattina me la faccio a piedi perché “no papà, vado da sola e no, non mi rubano niente”.
Poi devo aspettare gli altri perché “io arrivo presto, fate con calma” e passo un’ora nel Mc Donald.
Napoli è colorata fino all’ultimo angolo, fino all’ultima persona che gli calpesta l’asfalto.
Uno sulla settantina mentre ci incrociamo, e io corro, mi urla “uè bellezz!” e okay per la frase, ma per la nostra differenza d’età mi cade l’autostima sotto la metropolitana.
Poi in stazione ci sono dieci persone tutte tatuate (ma a Napoli i tatuaggi sono gratis?) che vogliono vendermi degli accendini che non voglio e uso sempre quelle frasi di circostanza che mi imbarazzano pure.
Ma uno non se ne frega più di tanto di vendermelo, “ma che ci fai qua, Napule è ‘na schifezz!” e io gli dico che per oggi me la faccio bastare.
Due tipi inglesi, o che parlano solo inglese, stanno mangiando un panino col bacon, un sacco di ragazzi aspettano chissà cosa, l’aria condizionata mi spara alle spalle e questo zaino mi fa sudare quel che basta per una bronchite.
È tanto che aspetto.
Ma Napoli è così, che non annoia e ha le all star, un po’ rovinate, gialle perché salta agli occhi di tutti, con le borchie perché vanno di moda e certe volte fanno male, perciò le mettono ovunque.
Poi sbando, arrivano i miei compagni, quelli a cui ho lasciato un pezzo di cuore in Inghilterra ed è tutta una giornata di “ti ricordi quando…”.
Me ne torno a casa col sorriso e forse Napoli è sempre meglio vederla al contrario, o vederla semplicemente.

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