Parole per me, anche per te.

Ma allora cambiale le tue abitudini, che sia un inchiostro o la maglietta che non lasci da tre anni per non vederti mai diversa. Mai cresciuta, ma sempre quella.

Che piacere la spregiudicatezza dei vent’anni, tra il sesso e i compleanni che non fanno esser donne.

C’è un silenzio inafferrabile, privo di conforto e di bisogni, spigoloso e freddo, per muoversi nelle cose in cui si brucia, e si ama. Fuori dalle occasioni per perdere aria e vedersi ritornare lacrime.

Puoi diventare come ti immaginano, somigliare a come sei, ma non sarebbe la tua storia e di nulla saprebbero le parole che ti stai dicendo. Ora che intorno è la parte sinistra del cerchio di Itten.

Le notti sono fatte per non parlarsi affatto, fatte per modellarsi, deboli e affabili, per l’alba dopo, per tirare su gli occhiali e dirsi che è solo malinconia, solo tristezza per le cose dette tra un effetto e la normalità.

Da altrove parte la pace e mi raggiunge, tra libri e parole barrate. Le nostre statue scendono in città e si crepano di nuovi sogni. Così la parte migliore di me è dentro una valigia pesantissima, con l’amore di una vita per sé stessi.

“Di cosa vuoi che ti parli che ho poco più di vent’anni, se alla crisi mondiale preferisco i tuoi sguardi.”

Agosto di un’estate un po’ così.

Era da tanto che non era agosto e io manco già da un po’, ma ora aumenta la luminosità del tuo telefono e metti gli occhiali sopra i ricordi, l’intera estate dura un giorno.
Maledetta l’abitudine, potessi averla avanti le direi che sono sveglia e sto correndo, sto bene, che banale questa cosa a dirsela da soli. Sono passate nella mia stanza tante storie in questi mesi, ho cercato nuovi legami, recuperato degli amici, perso un mare di cose, tenuto d’occhio bambini sotto il sole, e poi ho ascoltato i Coldplay a Milano, con mia sorella e tanta luce. Forse uno dei momenti più belli della mia vita. Così sono tornata a casa e ho dovuto scrivermi addosso, per sempre, che non sarò mai sola.
E’ uno di quei momenti in cui mi vedo costruire e distruggere, tra cambiare e scegliere la malinconia. Non ho intenzione di abbandonare tutto questo, ma la verità è che scrivo quando sto male, quando fuori fa più freddo del previsto, quando è terapia, quando ci sono fenditure da cui far entrare la luce e bagliori da spegnere.

Ma pur resta che qualcosa è accaduto, per essere qui.
Tra pagine e inchiostro verde, di leggerezza e stelle. Oggi sono io a deporre le armi, che scelgo di non sparare, perché forse merito la pace, merito la cura, la gioia che non manchi mai. Mi riparo dalle cose che non sono come sembrano e scelgo con attenzione chi essere, lieve o decisa, risoluta o provvisoria con la tristezza e il capire, tra i difetti e le correzioni di un giorno.
Parto per partire, perché qualcuno ha detto che quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose. 

Non manca molto, è quasi la fine di settembre, ci sentiamo presto o prima.

 

Settembre 

Quello degli occhi gonfi
del dove vai
e come dormi
e cosa sogni.

Quello del non posso
del come stai
e come non lo sai
e cosa vuoi piuttosto.

Quello che poi passa
del tingersi la faccia
e come non ci senti
e cosa vuoi che pensi.

Quello che ora
del farlo adesso
e come un mese solo
e come te nessuno.

Sulla punta delle dita.

Le vedi queste lacrime tra tutti, le nostre scelte, poi tutti i sogni che non hanno deciso di presentarsi, li sentirai forte, forte scorrere, ti sentirai forte.
Ti sentirai scorrere forte dell’acqua sulle guance e non saranno lacrime, non avrai più quei pantaloni stretti in vita, della vita, le tue scarpe bianche non saranno pronte sulla strada che si aprirà presto, pronta per non essere percorsa.
Porterai le mani sulle spalle, stringerai il tuo di petto tra le braccia tue e di nessun altro.
E’ una forza che sa di esser vinti, come non aver mai vinto davvero, come una maglietta ancora stropicciata, e i capelli non più belli, come cercavi di renderli.
Tre ore a pensare che sarebbe stato bello avere tanto tempo e poco sonno, invece di avere tanto sonno e poco tempo. Poco tempo tra le labbra, in quella piccola scossa che senti quando le apri veloci, e che rilasciano parole, veloci, velocissime.
Agito, corre, non ad agio, corri, corpi senza essere sentiti, tra una strada o nell’eco di una stanza vuota.
Si muove come da un finestrino lato passeggero, guarda al lato, investito o trafitto, da linee veloci, geometriche o non smussate, baciarsi lentamente, baciarsi nella mente, dentro ad ogni piccolo dettaglio, con ogni piccolo dolore, contro ogni piccolo dolore che separa la pelle.
Galleggia un po’ d’inchiostro nel gel di una penna.
Trema, trema nel silenzio che non si fa affrontare, senza affondare completamente, l’acqua, la luce e muove tre secondi di tempo, non me ne sto accorgendo.

Luci dal sud

– Tornavo tardi all’epoca ed era bello vedere sorridere mia madre, illuminata dalla luna piena di fine estate: era contenta solo di vedermi.
Mi piaceva l’idea della notte, ma meno il fatto che le idee arrivassero solo quando avevo già chiuso gli occhi.
Mi spogliavo lenta, la notte non mi metteva mai fretta e non contavo mai le ore che mancavano prima di qualcosa, quello lo facevo durante il giorno ed era ansioso.
Scrivevo su un bloc-notes, di quello che stavo facendo ne parlavo al passato, con una scrittura veloce e confusa, era come sentirsi nel futuro e ricordare la mia adolescenza, o la mia ultima estate prima dell’università.
Guardavo alla mia solitudine come un insieme di momenti che potevo dedicare solamente alla fantasia e alla forza per passare oltre i dolori, oltre tutto ciò che a volte mi tormentava. Disegnavo, ascoltavo e rovinavo tutto. Mandare tutto all’aria era ciò di cui avevo bisogno, una forza che pervade e dirompe, forse solo un modo per sentirmi leggera.
Volevo camminare dieci centimetri da terra, sentirmi giovane in quello che ero e come lo ero. Volevo non avere un domicilio fisso e un reddito incerto, sognavo di viaggiare tanto, di portare le sneakers sotto le gonne ed avere una valigia verde, dentro quattro vestiti, due euro per regalare un girasole e tre per comprare un rullino.
Desideravo solo più albe e meno mattine, guidare un’ auto alle due del pomeriggio e perdere finalmente tutti i pullman che volevo.
E pure a volte abbassavo la testa. –

Mi lasciavo prendere dalle cose immateriali e smettevo di scrivere, così.

Riassunto: esisto.

A volte il tempo non coincide con le parole o le parole non capitano quando hai tempo.
Sono passati tre mesi more or less da quando non scrivo e circa un anno da quando ho iniziato a farlo in questo posto un po’ autunnale. 
Ho fatto un esame di stato, preso il mio novanta/centesimi e lasciato la mia scuola, poi il tempo non so bene come sia passato.  
Non sono stata nemmeno un giorno al mare, credo di aver scelto la mia università temporanea e di aver stretto al petto le vere persone vere. 

“Domani partiamo per Berlino!” dicevo e ora vorrei parlarne così tanto che poi non dico più niente.
R. ed io avevamo delle promesse, con dei tempi di attesa, ma pur sempre desideri da avverare. Abbiamo preso un volo e non abbiamo mai capito una parola del tedesco. Le parole ci sono mancate spesso, ma intorno tutto si colorava.

Mi vergogno. Sei contenta? Danke. Siete italiane? Passami la mappa. Scendiamo a questa fermata? Near Rome. Hai lo spray? Mangiamo qui stasera. Ma siamo ad est? Siamo studenti. Junk food. Poi ti chiamo. È piccante? Ma come si dice in inglese? Ti voglio bene. Fammi una foto la mando a mamma. Near Naples? Nein! Riposiamoci. I braccialetti per la nausea. Il muro si sente. In english?
Ed altri mille attimi.

Andare è essere vivi per un po’, con tutta la vita davanti, addosso, sulla pelle. Perdere il senso del tempo e correre, salire, mostrare, scendere, sorridere, trovarsi e poi smettere di cercare.
È non tornare mai, appartenere al mondo.

Ora nella mia stanza sembra già settembre, sono sola di nuovo, mia sorella è ripartita con un bacio sulla guancia mentre dormivo e le lenzuola profumano di fresco, quasi non di estate.
Sul soffitto ho una mappa dei ricordi.
Anche se è un po’ buio e un po’ mi sento a pezzi, nel disastro il futuro era sempre lì a sorriderci.
Vorrei essere sincera e dire che sto bene, ma sto solo cambiando. Ho scelto di crescere, di uscire da tutto quello che in qualche modo si era costruito.
“Devi fare solo le cose che ti fanno stare bene!”
Settembre torna, lo sento tutto il peso nello stomaco.
“Lo sapevamo che era così: è il tuo modo di iniziare.”
Però stasera ho fermato l’ansia e spento la luce, poi c’è tempo per pensare a tutto il resto. 

Napoli ha le All Star gialle e borchiate.

Un compleanno, un po’ d’insonnia, dormo tre ore e alle otto di mattina me la faccio a piedi perché “no papà, vado da sola e no, non mi rubano niente”.
Poi devo aspettare gli altri perché “io arrivo presto, fate con calma” e passo un’ora nel Mc Donald.
Napoli è colorata fino all’ultimo angolo, fino all’ultima persona che gli calpesta l’asfalto.
Uno sulla settantina mentre ci incrociamo, e io corro, mi urla “uè bellezz!” e okay per la frase, ma per la nostra differenza d’età mi cade l’autostima sotto la metropolitana.
Poi in stazione ci sono dieci persone tutte tatuate (ma a Napoli i tatuaggi sono gratis?) che vogliono vendermi degli accendini che non voglio e uso sempre quelle frasi di circostanza che mi imbarazzano pure.
Ma uno non se ne frega più di tanto di vendermelo, “ma che ci fai qua, Napule è ‘na schifezz!” e io gli dico che per oggi me la faccio bastare.
Due tipi inglesi, o che parlano solo inglese, stanno mangiando un panino col bacon, un sacco di ragazzi aspettano chissà cosa, l’aria condizionata mi spara alle spalle e questo zaino mi fa sudare quel che basta per una bronchite.
È tanto che aspetto.
Ma Napoli è così, che non annoia e ha le all star, un po’ rovinate, gialle perché salta agli occhi di tutti, con le borchie perché vanno di moda e certe volte fanno male, perciò le mettono ovunque.
Poi sbando, arrivano i miei compagni, quelli a cui ho lasciato un pezzo di cuore in Inghilterra ed è tutta una giornata di “ti ricordi quando…”.
Me ne torno a casa col sorriso e forse Napoli è sempre meglio vederla al contrario, o vederla semplicemente.

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L’odore di un’estate che finisce.

Viene giù il cielo stamattina.
Tuoni e secchiate d’acqua dalle nuvole come sveglia, è il benvenuto di settembre che fa da background, come chi passa e non saluta mai, come una scenografia di cui nessuno se ne accorge, come chi ti sta parlando ma non gliene frega un cazzo di ciò che dici, come il mese del tuo compleanno che ti mette ansia.
Le case, le strade che si allagano, il cielo come quello perenne di Londra, gli addii, i rimorsi, la routine, i ritorni, i flashback, chi è andato, chi ancora aspetta per partire. Io ho solo quella strana sensazione di quando inizi una cosa nuova, ma non è iniziato niente, resto immobile, a guardare, a cercare qualcosa per riempire il tempo, qualcosa che si colora sotto il mio soffitto, che corre fuori dalla finestra.
Ha smesso di piovere e tutto tacerà ancora per pochi minuti, è un’osmosi sociale, finita la tempesta – ritornare alla normalità.
Così è un altro giro di giostra, dalla finestra passa aria fredda, rigenerata e entra l’odore di un’estate che finisce, che perde tutto, che apre nuove strade e mi da un bagaglio nuovo da riempire.
“La differenza di tutto è solo la fine.”

Mi hanno detto che le lacrime non servono a niente, ma mentivano.
Mi hanno insegnato che tutti possono essere forti, ma non sapevano spiegare come.
Mi hanno visto cresciuta e cambiata, ma non si sono chiesti il perché.
Mi hanno sorriso sui pullman, ma poi sono scesi e non li ho rivisti più.
Mi hanno detto di aver riempito la loro vita, ma dopo se ne sono andati.
Ammettere è il primo passo per combattere, ci renderà migliori.