Parole per me, anche per te.

Ma allora cambiale le tue abitudini, che sia un inchiostro o la maglietta che non lasci da tre anni per non vederti mai diversa. Mai cresciuta, ma sempre quella.

Che piacere la spregiudicatezza dei vent’anni, tra il sesso e i compleanni che non fanno esser donne.

C’è un silenzio inafferrabile, privo di conforto e di bisogni, spigoloso e freddo, per muoversi nelle cose in cui si brucia, e si ama. Fuori dalle occasioni per perdere aria e vedersi ritornare lacrime.

Puoi diventare come ti immaginano, somigliare a come sei, ma non sarebbe la tua storia e di nulla saprebbero le parole che ti stai dicendo. Ora che intorno è la parte sinistra del cerchio di Itten.

Le notti sono fatte per non parlarsi affatto, fatte per modellarsi, deboli e affabili, per l’alba dopo, per tirare su gli occhiali e dirsi che è solo malinconia, solo tristezza per le cose dette tra un effetto e la normalità.

Da altrove parte la pace e mi raggiunge, tra libri e parole barrate. Le nostre statue scendono in città e si crepano di nuovi sogni. Così la parte migliore di me è dentro una valigia pesantissima, con l’amore di una vita per sé stessi.

“Di cosa vuoi che ti parli che ho poco più di vent’anni, se alla crisi mondiale preferisco i tuoi sguardi.”

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Polycolor.

Come quadri mai completati ma capolavori da museo, cieli acquerellati, segni graffiati, mani modellanti, sogni su carta bianca, libri di immagini, tavolozze asciutte, notti sveglie, chiaroscuri abbaglianti, punti di vista paralleli, la quinta dimensione, il tempo tossico, freddo e corpi anatomici, colori veloci dal finestrino, chiese brillanti, indelebili fragranze, sfumature del mare e dell’alba, lunghi viaggi, occhi dinamici, storie, storie, storie.

A cento giorni dall’esame, mi scuserete, ma la malinconia prende il sopravvento.
Non sarei mai voluta giungere a questo momento, a scrivere questo, a proiettare il futuro che (cliché) spaventa.
E se “la matematica non sarà mai il mio mestiere” so almeno che ansia più stress uguale maturità.
Così, tra un ritaglio di tempo e un ritaglio di un progetto da consegnare troppo presto, metto insieme i pezzi da quando mi presentai in camicia il primo giorno e quando il secondo piangevo perché non volevo andarci più, e quando ora l’andare via è un pugno allo stomaco.
Quel numero non sarò io, non sono io.
Sarà una somma di tutti i fraintendimenti, di tutti quei momenti in cui i sorrisi erano solo per sciogliere i nodi alla gola, del perché non capite o sto sbagliando qualcosa, del pensavo di non farcela e del ci salveremo perché poi ci abbiamo creduto.
La mia maturità è quella che ho visto quando ho messo le mie idee davanti a tanti occhi e quando gli occhi li ho dovuti chiudere perchè a qualcuno quelle non piacevano per niente.
Mi sono resa conto che i legami con le Persone erano storie da raccontare, cresco quando qualcuno mi dice grazie sorridendo, quando i pullman (dove ho perso e ritrovato la mia cartella!) e la provincia mi stancano ma mai abbastanza per farmi smettere, quando la storia dell’arte è odi per come me la insegnano e amo per com’è davvero.
Scrivo con le mani tra le mani, con una stilografica, in un momento in cui sento scorrere il tempo nel modo più veloce possibile, ci penso, so tutto del passato e mai niente del futuro, il mio punto fisso, che poi fisso non lo è mai.

Ritorno a studiare.

Punti di sospensione

Suona.
Zittisco.
Senza muovermi.
Mi scopro piano.
Assorbo piano il freddo.
I tempi sono lunghi.
Un’ora per riattivarmi.
Trovare la forza di uscire.
Smettere di pensare cose angosciose.
Il pullman lo perdo o ci corro dietro o lo prendo e sto in piedi o qualcuno mi fa alzare, e sto in piedi.
Ho una cartella enorme e la sbatto un po’ nelle gambe di tutti.
Mi guardano storto.
Non mi lamento.
Non ancora.
Mi stringo nel giubbotto.
Anche oggi troppo leggero.
Ma tanto poi esce il sole.
Mi convinco.
Mi mischio.
Quasi mi confondo.
Parlo tanto.
Troppo.
Osservo.
Sto zitta quando non dovrei.
Abbiamo litigato.
Ti vogliono parlare.
Ma la occupiamo.
Devi scendere.
Non ti voglio parlare.
Ma questo non funziona.
Non capisci un cazzo.
C’è l’esame.
Ci sta piovendo addosso.
L’hai voluto tu.
Abbiamo il compito.
Mi accompagni.
Usciamo prima.
Prendiamoci un caffè.
Oggi vieni.
Le università.
Andiamo a Berlino.
Quanto manca.
Ti sto cercando.
Non vuoi fare niente.
Grazie.
Ma è così e lo so.
E ai miei sguardi mi abituo.
Discuto.
Vorrei un tema in classe.
Com’è andata la tua estate.
Parlami della tua giornata.
Com’è la tua famiglia.
Hai una migliore amica.
Le cose banali sono quelle da cui è più difficile uscire.
Il tempo vola.
Sono fuori.
Chiacchiere tante.
Vuoi un cioccolatino.
Si è fatto più tardi del previsto.
Devo andare.
Perdo il pullman.
Piove.
Mi inzuppo.
L’ombrello non ce l’ho o è rotto.
Nemmeno chi mi da un passaggio.
Prendo il pullman.
Sto in piedi.
Mi siedo.
Il sedile è bagnato.
Mi piove addosso.
Batteria scarica.
Scendo.
Piove.
Mia mamma si lamenta che sto fuori tutto il giorno.
Ma hai fame?
Non vedi come ti stai facendo.
Mente.
Devo studiare.
Non vedo da un occhio all’altro.
Cinque minuti ed inizio.
Mi sveglio.
Sono le sette.
Nessun messaggio.
Forse non va il wifi.
Forse non c’è campo.
O niente.
Ma perché non mangi.
Sei come tua sorella.
Mente ancora.
Klimt, Matisse, Picasso, Braque, Duchamp ci sono.
Io no.
Si è fatto tardi.
Poi domani me la cavo.
Tanto chi è coraggioso o viene premiato o viene frainteso.
Non mi preoccupo poi così tanto.
Scrivo qualcosa, non lo so dove, dove capita poi.
Ma lo faccio e mi addormento.
Come queste parole che poi le completo il giorno dopo.
Mi sveglio nella notte e spengo tutto.

Caro Giacomo.

Un tipo strano, uno di quelli che “non è bello, ma è affascinante”, uno di quelli che voleva farti la morale, ma se non cogliessi ciò che è vero e fa male, potrei ancora provare a combattere.
Ma con tutto il rispetto, io nelle illusioni ci credo, perchè al liceo mi hanno insegnato che “meglio illusi che depressi”, depressi come lui forse.
Certo, poi dall’affascinante è passato al modesto, a quello che era convinto di non saper fare poesia, così da un giorno all’altro, e così ancora ha cancellato la convinzione e ha tirato fuori tutto l’odio verso gli altri, scritto in versi, parlato, sarcastico, ironico, certo, ma pur sempre odio.
E che ne è adesso del suo infinito, e Silvia come stai, rimembri ancora?
Dico ciò che so, perché per adesso è solo questo, al massimo posso aggiungerci ciò che penso, così, veloce e di getto, senza freni dei giudizi e quindi tanto nasciamo che abbiamo un percorso da fare, che puoi decidere tu dove andare e quale scegliere, ma tutti portano sempre ad un unico posto, in un unico momento.
E ha scelto involontariamente di essere ricordato, di non essere un Giacomo a caso, ma di uno che porti a casa, nello zaino e ti crea pure ansia, per quello che dice, per come lo fa, per come ti sbatte in faccia il mondo e per come tu devi dirlo agli altri, per filo e per verso, perverso.

Mio padre mi ha portato dei fiori, mia mamma mi ha offerto una birra.

E’ mezzanotte, come ti senti?
Mi sento solo come ieri.

Mi stringono e mi stringo nell’imbarazzo. E’ così avere diciott’anni, non è niente.
Sono un sacco di pugni allo stomaco i messaggi che ricevo, come se certe persone avessero accumulato tutto ciò che sentivano durante l’anno, adesso mi fanno piovere parole addosso e mi fanno piovere gli occhi.
“Hai un mondo dentro”, sì ma è in corso un cataclisma.
“Ti auguro tutto”, quando avrei preferito che mi stessi soltanto accanto.

Sul banco si presenta un mazzo di fiori, rose di quel rosa che a me non piace poi così tanto.
“Vorrei scriverti tante cose belle come hai fatto tu, ma… ti voglio bene da morire.”
Siamo solo uguali, è solo il bene di una vita intera.

“E’ il nostro compleanno, io ero con te in quella stanza, eravamo sole. Beviamoci una birra.”
E mi viene così tanto da sorridere che non ci penso a tutto il resto.
E’ che sono tutto quello che mi ha dato, che mi ha detto, scritto.

Ma è così avere diciott’anni, non è niente.
E’ non dire di avercela fatta, perché non sei nemmeno a metà dell’opera. E sono senza colori, senza bozze per il futuro.
E’ un giorno di resoconti, di chi è lontano e non l’ho mai sentito così vicino, di chi ha capito tutto, chi niente.
Vorrei non avere solo il ricordo, ma anche la certezza di portare con me tutto questo.
Ieri ero sempre io, anche domani lo sarò. Sempre quella che odia le sorprese.
E’ la mia storia, la sto scrivendo io, mi vedo, mi sento, con tutta la voglia di andare ancora, di ricordarmi un po’ che esistere non è uguale a lottare, che aspirare non significa illudersi.
La fine di settembre è questo, solo un altro livello di una spirale di vita.
Come al solito, mi lego tutto ai polsi.
E non mi sono mai sentita così piccola.