Presto. 

Non so che mi serve, se un piccolo dolore per accertarsi di esser vivi o una grande gioia in un sabato nel mio villaggio.
Mi sembra un po’ strano quello che mi sta accadendo e sento quasi la necessità di raccontarlo, tralascerò purtroppo i dettagli che sono la cosa più interessante.
Tra il caldo e il freddo ed io che svengo nei pullman, ed io che svengo nei bar troppo affollati con musica orrenda. Ed io che le spalle le ho fatte forti, per portare avanti tutte le parole e le penne stilografiche, nello zaino nuovo che mi ha regalato il mio papà senza nessuna occasione. Mia sorella mi ha portato da Milano un anello per ricordarmi che a noi piacciono le cose semplici, i fiori e gli abbracci, gli arrivi e le notti.
Mi sto circondando di persone nuove, non perché voglia dimenticare gli amici vecchi, quelli che ho perso ormai.
Vedo storie nuove e a volte mi sento di non farne parte. Sto imparando i miei limiti, oltre questo svengo, oltre questo vomito, oltre questo devo stamparti un bacio sulle labbra, oltre questo non sai niente di me, oltre questo saranno New Balance e non Louboutin ma non devi calpestarmele comunque.
Sono stata al concerto di Mecna con un pantalone bagnato completamente di birra e nessuno se ne è accorto. Bello, mi è piaciuto e non è una novità. Dormo tanto, male e poi vado a schivare gente all’università, ascolto due ore tutte le parole possibili e cerco di portare qualcosa a casa. Poi scappo, perché sai ho da fare, proprio non mi va di perdere il pullman. L’ho aspettato tre ore un pullman il giorno di carnevale, il giorno del tuo compleanno e della torta sul sedile della macchina di tua mamma e una candelina che ci ha cosparsi di brillantini.
Tra le penne stilografiche e le mani sporche d’inchiostro, tra la musica nuova e il sole, tra il buio e le persone, tra me e scegli tu cosa.
Ho scritto nel curriculum di essere una persona puntuale, ho mentito. Spero di non essere come quei ventenni che vedevo quando non avevo vent’anni.

Ci vediamo presto. 

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Natali spenti, interruttori persi.

Cos’è se non una corsa continua.
Vorrei fermarmi a volte, a guardare scorrere il ricominciare del tutto.
Il Natale l’ho visto, ve lo giuro.
L’ho letto e ci ho pianto pure.
L’ho guardato e gli ho sorriso più che potevo.
Forse significa smettere di avere paura, e che siamo noi quando smettiamo di averne?
Siamo fiumi di parole, di momenti fermi, di materia che scompare, se non quel noi-materia che stringendoci potremmo non scomparire mai.
Scrivi così resta, è questa la verità, è questo che voglio.
Dicono che gli umani hanno solo paura di essere dimenticati, è questo di cui, anche alla vigilia di Natale, sono convinta.
Così gli altri custodiscono oggetti per non dimenticarci mai.

Scendo tra la folla ma devo prendere presto un po’ d’aria.
Ma auguri per chi, per cosa.
Decidiamo il nostro destino e poi il cinquanta per cento è in base a quanti auguri abbiamo collezionato?
Ma forse Dio non ha collaudato bene il suo calendario, o ho divagato dai suoi impegni?

Vorrei spegnere il Natale, quello delle lampadine, e vedere le luci solo negli occhi di chi guardo.
Ho ricordi nitidi, spigolosi e avventurosi.
Lo ricordo quest’anno ed è già una grande cosa.
Scrivo ancora un capitolo di questa grande storia, la scrivo per farla restare.

Felici sempre.

Mio padre mi ha portato dei fiori, mia mamma mi ha offerto una birra.

E’ mezzanotte, come ti senti?
Mi sento solo come ieri.

Mi stringono e mi stringo nell’imbarazzo. E’ così avere diciott’anni, non è niente.
Sono un sacco di pugni allo stomaco i messaggi che ricevo, come se certe persone avessero accumulato tutto ciò che sentivano durante l’anno, adesso mi fanno piovere parole addosso e mi fanno piovere gli occhi.
“Hai un mondo dentro”, sì ma è in corso un cataclisma.
“Ti auguro tutto”, quando avrei preferito che mi stessi soltanto accanto.

Sul banco si presenta un mazzo di fiori, rose di quel rosa che a me non piace poi così tanto.
“Vorrei scriverti tante cose belle come hai fatto tu, ma… ti voglio bene da morire.”
Siamo solo uguali, è solo il bene di una vita intera.

“E’ il nostro compleanno, io ero con te in quella stanza, eravamo sole. Beviamoci una birra.”
E mi viene così tanto da sorridere che non ci penso a tutto il resto.
E’ che sono tutto quello che mi ha dato, che mi ha detto, scritto.

Ma è così avere diciott’anni, non è niente.
E’ non dire di avercela fatta, perché non sei nemmeno a metà dell’opera. E sono senza colori, senza bozze per il futuro.
E’ un giorno di resoconti, di chi è lontano e non l’ho mai sentito così vicino, di chi ha capito tutto, chi niente.
Vorrei non avere solo il ricordo, ma anche la certezza di portare con me tutto questo.
Ieri ero sempre io, anche domani lo sarò. Sempre quella che odia le sorprese.
E’ la mia storia, la sto scrivendo io, mi vedo, mi sento, con tutta la voglia di andare ancora, di ricordarmi un po’ che esistere non è uguale a lottare, che aspirare non significa illudersi.
La fine di settembre è questo, solo un altro livello di una spirale di vita.
Come al solito, mi lego tutto ai polsi.
E non mi sono mai sentita così piccola.