#44

In un fiume
freddo di parole
poche
vere
tra le paure
altisonanti
non so cosa voglio
so cosa
mi manca.

Non può bastare
un solo
sogno
per una sola vita.
Come
una pagina
per una storia
vera
che voglio
far ricordare.

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Parole per me, anche per te.

Ma allora cambiale le tue abitudini, che sia un inchiostro o la maglietta che non lasci da tre anni per non vederti mai diversa. Mai cresciuta, ma sempre quella.

Che piacere la spregiudicatezza dei vent’anni, tra il sesso e i compleanni che non fanno esser donne.

C’è un silenzio inafferrabile, privo di conforto e di bisogni, spigoloso e freddo, per muoversi nelle cose in cui si brucia, e si ama. Fuori dalle occasioni per perdere aria e vedersi ritornare lacrime.

Puoi diventare come ti immaginano, somigliare a come sei, ma non sarebbe la tua storia e di nulla saprebbero le parole che ti stai dicendo. Ora che intorno è la parte sinistra del cerchio di Itten.

Le notti sono fatte per non parlarsi affatto, fatte per modellarsi, deboli e affabili, per l’alba dopo, per tirare su gli occhiali e dirsi che è solo malinconia, solo tristezza per le cose dette tra un effetto e la normalità.

Da altrove parte la pace e mi raggiunge, tra libri e parole barrate. Le nostre statue scendono in città e si crepano di nuovi sogni. Così la parte migliore di me è dentro una valigia pesantissima, con l’amore di una vita per sé stessi.

“Di cosa vuoi che ti parli che ho poco più di vent’anni, se alla crisi mondiale preferisco i tuoi sguardi.”

Mi hanno scritto un racconto.

Io non mi sono mai fidata delle persone che dicono “io sono come mi vedi”.
No, perché io non sono come mi vedono e vedo gli altri in modi che poi si rivelano sbagliati.
Non capisco perché il mondo vuole sbattere per forza in faccia alle persone, uno esce e sbam.
Mai a stare tranquilli.
Forse è vero che più vuoi cancellare qualcuno dalla tua vita e più questo lascia il segno.
Ma continuo ad accelerare e sono consapevole dello schianto.
Io vorrei una motocicletta, rossa come quella del mio papà.
Stasera torno a casa e mi viene da pensare che la città in cui vivo (che è differente da quella in cui dormo) è un grande schifo.
Se non avessi quei pochi amici legati al polso.
E so perché lo penso, perché io certe storie non le voglio vedere.
Perché certo, le storie si intrecciano, spesso, ma non sempre i nodi si stringono abbastanza e questo significa aver fallito. Altro giro altri vincitori.

Però stasera sono in sovrappeso di pensieri, dal finestrino vedo le luci che sembrano le scie delle stelle cadenti e qualcuno mi ha scritto un racconto.
Ne lascio un pezzo qui.

La vide allungare gli occhi verso l’orizzonte, strisciarli sui bianchi zampilli che fan sembrare Onda (assassina di prima classe) leggera. Mai aveva visto qualcuno guardare Mare come lei faceva.