Stanze bianche. 

Io non voglio incontrarti per caso in qualche bar di gente ricca e che si finge tale. Sono ricca di voler esser grande e di scrivere parole senza pensare alla perfezione. E di vedere l’inchiostro sulle mani e tra di noi. Facciamoci qualcosa insieme, tra una frase o mezzo bacio, tra un gin lemon e io. È tutto okay, alla radio non ci sono canzoni che mi parlano di te, non è ancora l’ultimo treno della notte, non c’è ancora spiegare un’attitudine cantata lasciandosi dietro parole non molto importanti. È la mia scrittura poco chiara o la penna prestata per scrivere i nomi di chi respira ogni giorno, ma non sa di me. Ho capito che i dolori servono, a rinascere come qualcuno dice, ad un andrà tutto bene prima di chiudere gli occhi. Gli infelici dei sacrifici e io che ne scrivo, verranno ricompensati, mi convinco. Tre amiche e una Panda nera, alla radio le canzoni che attraversano il mondo senza darci ricordi troppo scomodi. Io che non smetto di pensare alle tue mani intorno ai miei fianchi. Quel giorno non di fronte al mare, non su un aereo per New York come nel nuovo libro di Levante. Mancano quaranta pagine per mettere fine a tre anni della mia vita scritta, anche bagnando di lacrime le maniche delle felpe. Zero rimpianti e tante ripetizioni, tanti vuoti e tante pause ancora in pausa. Quante scarpe tra mille sogni e quante volte ad immaginare oltre ogni presente. Ma ci sto, anche domani. Le persone non cambiano, non ti fidare, dice mamma che poi mi insegna a perdonare, quando c’è sangue, quando c’è amore. Mi zittisco perché penso che il silenzio sia un modo egoista di fantasticare, fare progetti, promesse e patti da rompere in qualsiasi momento. È la rubrica della notte quella su cui puoi contare, chiamare e piangere senza parlare. È la discontinuità che mi caratterizza, io resto un attimo, immediato per essere veri. Non sono mai andata via, mai da ciò che amo davvero. Ho perso delle persone, a volte potrei alzare un telefono, altre devo cercare nella memoria di chi l’ha amate con me. Zero malinconia, giuro. È l’ennesimo periodo del parlare poco e riflettere tanto. Studiare la vita senza paura, con la solitudine per scegliere, nuovi viaggi, nuovi consumarsi. Metto una linea sopra i miei errori per riconoscerli ancora. Per tornare ancora tardi quando non c’è luce nelle scale e scriverti che ci sono e che se bevi qualcosa è meglio. 

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Vieni, puoi entrare.

Prima di spegnere la luce do uno sguardo in giro, veloce e consapevole. Intorno il mio disordine e quello che sono. Monete sul comodino, profumo vecchio, la scatola degli smalti di mia sorella, quelli che tra tutti ha scartato s’intende. Una sedia, sopra i vestiti di oggi, una camicia stropicciata, un reggiseno, un jeans con un po’ tutti gli odori dei posti dove sono stata, pullman, cucina di casa, università, una carezza veloce, tre baci sulle labbra e poi scappare. A terra scarpe, abbastanza per far urlare mia madre, quelle per tutti i giorni, che non smetto mai di mettere, mai che ho voglia di buttare, e sotto tutte le strade che ho percorso, in qualcuna è acre l’odore di bagnato, pioggia o cromatina nera. Borse appese, qualche giubbino leggero, forse una camicia, nelle tasche biglietti, fogli stropicciati, scontrini, penne poco importanti. Sulla scrivania il resto, un disegno attaccato con lo scotch giallo e angoli inferiori rosicchiati dal gatto, post-it sparsi, bianchi, verdi, uno dice “avremo qualcosa da raccontare” e cerco di ricordarlo sempre, costruirmi una storia di vita vera, che valga la pena ascoltare. Libri, ma più quaderni, blocchi di fogli, album , agende, taccuini monocolore, in bianco e nero, verdi, nuovi e li tocco ogni tanto e immagino quello che potrebbe esserci, un giorno o forse mai, ci sono scritte cose, non le ho imparate ancora, manuali di passioni, altre parole scritte da me, la solita grafia a favore del vento. Occhiali da sole e da da vista, una scodella con residui di popcorn, un bicchiere, forse una bottiglia d’acqua. Un pennello fermo ancora su un foglio, tanti segni, scarabocchi a breve termine. Un libro aperto, storia del teatro che imparo ora perché parto, partiamo. Il computer, quello che dovrò pagare almeno finché mi laureo. Una scatola, tessera elettorale, portachiavi, post-it ancora. Cd, quelli dei Blue sono ancora tutti lí, a mia sorella piacevano tanto, altri sono miei, regali che non ascolto più. Penne, il barattolo di quelle finite che non si possono buttare, quelle da usare in casi d’emergenza come quando mamma deve scrivere una ricetta in cucina e quelle importanti che non si usano, ma ci stanno. Una sedia, una nera che fa sentire super importanti, ma è dell’Ikea e ha una zip segreta in cui ancora deve venirmi in mente cosa nasconderci. Il letto di mia sorella, è così da mesi però la chiamo, le dico che va tutto bene, mai che ci manca, anche se a mia mamma gira qualche lacrima. Dice che mette spesso lo smalto e lavora, gira in tram e mi chiede quando vado lì. Non lo so, vorrei domani.
Io, a metà tra tutto il freddo e primavera, notte e niente e buio intorno. Verde, non c’è fucsia, né rosa, né viola. Bianco e mappa di sogni.
Silenzio ma parole, scritte o lasciate sul cuscino.
Occhi che possono essere guardati, lasciarli chiudere e sentirsi dentro.

Echi

Avrai negli occhi il sapore di un inverno e saranno liberi i diciott’anni che non hai più.
Sarà spento intorno e saturo in una stanza allagata da parole.
Ma ti verrà da ridere quando non vorrai raccoglierle.
Tua madre dice che va tutto bene, va tutto bene come lo dicono i Ministri.

Scrivo che tra mille venti vorrei esser lasciata a San Francisco.
Ho perso il controllo della retorica per smettere con i ti amo banali.
Torno subito, sto arrivando che ci dividono solo dodici ore.

Quelle poche fotografie da mostrare, quelle da scriverne di storie, e quattro modi per evitare le mancanze.
Con due stivaletti di una stagione intera ho saltato due giornate per ripartire, creare nuove parti.

Quando vuoi che venga io da te Primavera, non ci vediamo mai o ti sento già lontana mille miglia, senza sapere quante sono.
“Creare il futuro per essere felici” è il post-it sul mio letto, come il sole tra una montagna e un palazzo.

 La mia prima illustrazione.

Pioversi addosso.

Vorrei scrivere di me che sto bene, che parto, che vedo oltre la provincia, oltre le storie apparenti, che non smetto di correre, e pure.
Da quando ho scritto l’ultima volta sono cambiate tante cose.
Ho aspettato la primavera con gli occhiali da sole, ho la specialità di saper perdere nelle situazioni, la capacità di dare aspettative e deluderle nello stesso momento, l’eccellente fortuna di non sembrare ciò che sono e di contestare decisioni che fanno parte di guerre già perse in partenza.
Costruisco dei grandiosi mal di testa che sembro in hangover perenne, metto in pausa le sensazioni poche volte alla settimana, lascio scivolare le scarpe in giro per città che non mi sono più amiche, metto fine a delle storie perché sono poco capace di organizzare il tempo o forse do solo la colpa ad esso, ho rotto lo zaino e tutte le parole mi sono cadute a terra, si sono scheggiate, altre le sto ancora cercando. Poi mi rendo conto che la vita vera è quel giorno d’inverno in cui del freddo te ne dimentichi.
Una melodia fa vibrare le pareti della mia stanza come quando stai dormendo e passa un camion, ma oggi è domenica e tutto è spento, una calma apparente che stride e muove dentro, dove l’anima ha delle nuvole da temporale.

Piove.

Non mi scrivi, ma posso farlo io per te. Come quando in qualche bar della provincia mi sentivo dire di continuare perché ti piace ed è così scorrevole, proprio come non lo faccio da tempo.
Mi riparerei dove vanno le nuvole nei giorni di sole, al Louvre o nei musei del mondo chiusi al pubblico.
Intanto riempio i momenti di silenzio con parole che nemmeno sanno ascoltare, non ho speranza nei nichilisti, ma basterebbe un respiro di un attimo, l’attenuazione di una notte, un’anima bohémienne nel posto sbagliato, la scoperta di una vera attitudine.

P.s. Yakamoto Kotzuga fa musica che non riesco ad ascoltare per troppo tempo ma, se state leggendo questo post, dovete ascoltarlo per forza.
E anche Ludovico Einaudi, a prescindere.