Parole per me, anche per te.

Ma allora cambiale le tue abitudini, che sia un inchiostro o la maglietta che non lasci da tre anni per non vederti mai diversa. Mai cresciuta, ma sempre quella.

Che piacere la spregiudicatezza dei vent’anni, tra il sesso e i compleanni che non fanno esser donne.

C’è un silenzio inafferrabile, privo di conforto e di bisogni, spigoloso e freddo, per muoversi nelle cose in cui si brucia, e si ama. Fuori dalle occasioni per perdere aria e vedersi ritornare lacrime.

Puoi diventare come ti immaginano, somigliare a come sei, ma non sarebbe la tua storia e di nulla saprebbero le parole che ti stai dicendo. Ora che intorno è la parte sinistra del cerchio di Itten.

Le notti sono fatte per non parlarsi affatto, fatte per modellarsi, deboli e affabili, per l’alba dopo, per tirare su gli occhiali e dirsi che è solo malinconia, solo tristezza per le cose dette tra un effetto e la normalità.

Da altrove parte la pace e mi raggiunge, tra libri e parole barrate. Le nostre statue scendono in città e si crepano di nuovi sogni. Così la parte migliore di me è dentro una valigia pesantissima, con l’amore di una vita per sé stessi.

“Di cosa vuoi che ti parli che ho poco più di vent’anni, se alla crisi mondiale preferisco i tuoi sguardi.”

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Stanze bianche. 

Io non voglio incontrarti per caso in qualche bar di gente ricca e che si finge tale. Sono ricca di voler esser grande e di scrivere parole senza pensare alla perfezione. E di vedere l’inchiostro sulle mani e tra di noi. Facciamoci qualcosa insieme, tra una frase o mezzo bacio, tra un gin lemon e io. È tutto okay, alla radio non ci sono canzoni che mi parlano di te, non è ancora l’ultimo treno della notte, non c’è ancora spiegare un’attitudine cantata lasciandosi dietro parole non molto importanti. È la mia scrittura poco chiara o la penna prestata per scrivere i nomi di chi respira ogni giorno, ma non sa di me. Ho capito che i dolori servono, a rinascere come qualcuno dice, ad un andrà tutto bene prima di chiudere gli occhi. Gli infelici dei sacrifici e io che ne scrivo, verranno ricompensati, mi convinco. Tre amiche e una Panda nera, alla radio le canzoni che attraversano il mondo senza darci ricordi troppo scomodi. Io che non smetto di pensare alle tue mani intorno ai miei fianchi. Quel giorno non di fronte al mare, non su un aereo per New York come nel nuovo libro di Levante. Mancano quaranta pagine per mettere fine a tre anni della mia vita scritta, anche bagnando di lacrime le maniche delle felpe. Zero rimpianti e tante ripetizioni, tanti vuoti e tante pause ancora in pausa. Quante scarpe tra mille sogni e quante volte ad immaginare oltre ogni presente. Ma ci sto, anche domani. Le persone non cambiano, non ti fidare, dice mamma che poi mi insegna a perdonare, quando c’è sangue, quando c’è amore. Mi zittisco perché penso che il silenzio sia un modo egoista di fantasticare, fare progetti, promesse e patti da rompere in qualsiasi momento. È la rubrica della notte quella su cui puoi contare, chiamare e piangere senza parlare. È la discontinuità che mi caratterizza, io resto un attimo, immediato per essere veri. Non sono mai andata via, mai da ciò che amo davvero. Ho perso delle persone, a volte potrei alzare un telefono, altre devo cercare nella memoria di chi l’ha amate con me. Zero malinconia, giuro. È l’ennesimo periodo del parlare poco e riflettere tanto. Studiare la vita senza paura, con la solitudine per scegliere, nuovi viaggi, nuovi consumarsi. Metto una linea sopra i miei errori per riconoscerli ancora. Per tornare ancora tardi quando non c’è luce nelle scale e scriverti che ci sono e che se bevi qualcosa è meglio. 

Presto. 

Non so che mi serve, se un piccolo dolore per accertarsi di esser vivi o una grande gioia in un sabato nel mio villaggio.
Mi sembra un po’ strano quello che mi sta accadendo e sento quasi la necessità di raccontarlo, tralascerò purtroppo i dettagli che sono la cosa più interessante.
Tra il caldo e il freddo ed io che svengo nei pullman, ed io che svengo nei bar troppo affollati con musica orrenda. Ed io che le spalle le ho fatte forti, per portare avanti tutte le parole e le penne stilografiche, nello zaino nuovo che mi ha regalato il mio papà senza nessuna occasione. Mia sorella mi ha portato da Milano un anello per ricordarmi che a noi piacciono le cose semplici, i fiori e gli abbracci, gli arrivi e le notti.
Mi sto circondando di persone nuove, non perché voglia dimenticare gli amici vecchi, quelli che ho perso ormai.
Vedo storie nuove e a volte mi sento di non farne parte. Sto imparando i miei limiti, oltre questo svengo, oltre questo vomito, oltre questo devo stamparti un bacio sulle labbra, oltre questo non sai niente di me, oltre questo saranno New Balance e non Louboutin ma non devi calpestarmele comunque.
Sono stata al concerto di Mecna con un pantalone bagnato completamente di birra e nessuno se ne è accorto. Bello, mi è piaciuto e non è una novità. Dormo tanto, male e poi vado a schivare gente all’università, ascolto due ore tutte le parole possibili e cerco di portare qualcosa a casa. Poi scappo, perché sai ho da fare, proprio non mi va di perdere il pullman. L’ho aspettato tre ore un pullman il giorno di carnevale, il giorno del tuo compleanno e della torta sul sedile della macchina di tua mamma e una candelina che ci ha cosparsi di brillantini.
Tra le penne stilografiche e le mani sporche d’inchiostro, tra la musica nuova e il sole, tra il buio e le persone, tra me e scegli tu cosa.
Ho scritto nel curriculum di essere una persona puntuale, ho mentito. Spero di non essere come quei ventenni che vedevo quando non avevo vent’anni.

Ci vediamo presto. 

Settembre 

Quello degli occhi gonfi
del dove vai
e come dormi
e cosa sogni.

Quello del non posso
del come stai
e come non lo sai
e cosa vuoi piuttosto.

Quello che poi passa
del tingersi la faccia
e come non ci senti
e cosa vuoi che pensi.

Quello che ora
del farlo adesso
e come un mese solo
e come te nessuno.

Sulla punta delle dita.

Le vedi queste lacrime tra tutti, le nostre scelte, poi tutti i sogni che non hanno deciso di presentarsi, li sentirai forte, forte scorrere, ti sentirai forte.
Ti sentirai scorrere forte dell’acqua sulle guance e non saranno lacrime, non avrai più quei pantaloni stretti in vita, della vita, le tue scarpe bianche non saranno pronte sulla strada che si aprirà presto, pronta per non essere percorsa.
Porterai le mani sulle spalle, stringerai il tuo di petto tra le braccia tue e di nessun altro.
E’ una forza che sa di esser vinti, come non aver mai vinto davvero, come una maglietta ancora stropicciata, e i capelli non più belli, come cercavi di renderli.
Tre ore a pensare che sarebbe stato bello avere tanto tempo e poco sonno, invece di avere tanto sonno e poco tempo. Poco tempo tra le labbra, in quella piccola scossa che senti quando le apri veloci, e che rilasciano parole, veloci, velocissime.
Agito, corre, non ad agio, corri, corpi senza essere sentiti, tra una strada o nell’eco di una stanza vuota.
Si muove come da un finestrino lato passeggero, guarda al lato, investito o trafitto, da linee veloci, geometriche o non smussate, baciarsi lentamente, baciarsi nella mente, dentro ad ogni piccolo dettaglio, con ogni piccolo dolore, contro ogni piccolo dolore che separa la pelle.
Galleggia un po’ d’inchiostro nel gel di una penna.
Trema, trema nel silenzio che non si fa affrontare, senza affondare completamente, l’acqua, la luce e muove tre secondi di tempo, non me ne sto accorgendo.

Vieni, puoi entrare.

Prima di spegnere la luce do uno sguardo in giro, veloce e consapevole. Intorno il mio disordine e quello che sono. Monete sul comodino, profumo vecchio, la scatola degli smalti di mia sorella, quelli che tra tutti ha scartato s’intende. Una sedia, sopra i vestiti di oggi, una camicia stropicciata, un reggiseno, un jeans con un po’ tutti gli odori dei posti dove sono stata, pullman, cucina di casa, università, una carezza veloce, tre baci sulle labbra e poi scappare. A terra scarpe, abbastanza per far urlare mia madre, quelle per tutti i giorni, che non smetto mai di mettere, mai che ho voglia di buttare, e sotto tutte le strade che ho percorso, in qualcuna è acre l’odore di bagnato, pioggia o cromatina nera. Borse appese, qualche giubbino leggero, forse una camicia, nelle tasche biglietti, fogli stropicciati, scontrini, penne poco importanti. Sulla scrivania il resto, un disegno attaccato con lo scotch giallo e angoli inferiori rosicchiati dal gatto, post-it sparsi, bianchi, verdi, uno dice “avremo qualcosa da raccontare” e cerco di ricordarlo sempre, costruirmi una storia di vita vera, che valga la pena ascoltare. Libri, ma più quaderni, blocchi di fogli, album , agende, taccuini monocolore, in bianco e nero, verdi, nuovi e li tocco ogni tanto e immagino quello che potrebbe esserci, un giorno o forse mai, ci sono scritte cose, non le ho imparate ancora, manuali di passioni, altre parole scritte da me, la solita grafia a favore del vento. Occhiali da sole e da da vista, una scodella con residui di popcorn, un bicchiere, forse una bottiglia d’acqua. Un pennello fermo ancora su un foglio, tanti segni, scarabocchi a breve termine. Un libro aperto, storia del teatro che imparo ora perché parto, partiamo. Il computer, quello che dovrò pagare almeno finché mi laureo. Una scatola, tessera elettorale, portachiavi, post-it ancora. Cd, quelli dei Blue sono ancora tutti lí, a mia sorella piacevano tanto, altri sono miei, regali che non ascolto più. Penne, il barattolo di quelle finite che non si possono buttare, quelle da usare in casi d’emergenza come quando mamma deve scrivere una ricetta in cucina e quelle importanti che non si usano, ma ci stanno. Una sedia, una nera che fa sentire super importanti, ma è dell’Ikea e ha una zip segreta in cui ancora deve venirmi in mente cosa nasconderci. Il letto di mia sorella, è così da mesi però la chiamo, le dico che va tutto bene, mai che ci manca, anche se a mia mamma gira qualche lacrima. Dice che mette spesso lo smalto e lavora, gira in tram e mi chiede quando vado lì. Non lo so, vorrei domani.
Io, a metà tra tutto il freddo e primavera, notte e niente e buio intorno. Verde, non c’è fucsia, né rosa, né viola. Bianco e mappa di sogni.
Silenzio ma parole, scritte o lasciate sul cuscino.
Occhi che possono essere guardati, lasciarli chiudere e sentirsi dentro.