Io da tanto

Quello che c’è fuori dal mio balcone alle sette di sera è un pezzo di cielo e città, scende presto il sole, tra ombra e vento, seduta, mi copro la faccia, come quella volta in cui mi insegnarono il tramonto con gli acquerelli.
Solo sedici euro e due bicchieri per un tramonto a qualsiasi ora del giorno.
Come il tramonto a Copenaghen, tra la pioggia e quaranta corone per ogni respiro.
Le più grandi decisioni si prendono nei momenti più brevi possibili, come quando dico a mia mamma che andrò via mentre mettiamo il mascara allo specchio e mi risponde che lei e papà non mangeranno più le patatine fritte, così saranno magrissimi quando torneremo a casa.
Mi piace l’idea del tornare a casa, è sempre stata la mia soluzione.
Sono sul bagnasciuga di un anno che sarà difficile, mi ricordo che ho scritto sul post-it accanto: “avremo qualcosa da raccontare” .

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Così così.

Vorrei ci fossero parole per me, che fluissero nell’aria e facili da prendere come un respiro. Ora che ne ho qualcuno, di respiro, cerco la vita normale tra il resto.
Al mondo forse esistono solo due cose: il fato e il dolore.
Il destino è una stanza inarrivabile, il dolore è la stanza in cui viviamo.
Ma il dolore non è sempre tristezza,
il dolore non è languire,
il dolore può essere fuoco,
può ardere e nutrire.
Il destino gioca col dolore, ma giocano anche le parole.
Il mio dolore sono le mie parole.
E io ci sto bene con loro.
Io ci sto bene quando ci sono.

Non sono una persona estremamente decisa, se mi dicessero di scegliere tra due porte in una stanza, non sceglierei nessuna e resterei a giocare sul pavimento.
Sono qui perché questo posto mi è mancato, molto. Rileggo spesso e a volte non mi trovo più nelle vecchie parole. Mi riguardo con gioia. “Scrivi perché resta”, sempre. Mi piace vedermi cambiare e scrivere dei cambiamenti è l’unico modo per avere delle certezze. Sono già certa di non essere più quella di un attimo fa. E non sento tristezza, non sento malinconia, nessun rimorso.

Se devo essere sincera, e qui lo sono stata sempre, non ho scritto perché non c’erano parole vere in me, non abbastanza credibili e pure per quello che sentivo. E’ solo mia la colpa perché a volte mi perdo in mille cose e non sempre sono cose che restano.
Sto continuando l’università e mi sembra strano il leggero imbarazzo che provo quando dico che mi piace studiare. Perché mi piace studiare. Tra mille strade ho tentato questa, sempre per la storia delle certezze inaccessibili. E’ un po’ amaro a volte il sapore e il freddo che devo attraversare, ma penso di farcela e poi capita di farcela senza accorgersene. Ho intorno a me delle persone, è questa non è una novità, sono poche, pochissime tanto da farmi sentire sola per un attimo. E’ questa è la cosa più bella. Ho bisogno di sentirmi sola perché è il contrario di una cosa che spaventa.

Ho fatto mille cose ed ora non me ne viene in mente nessuna. “Non scrivevo da un po’”, continuo a ripetermelo. Dicevo che ho vent’anni e la mia vita ha le vele, ho vent’anni e cinque mesi e sto volando a quota bassa, è uno spettacolo strano, si vede sempre la luna. “Ricorda il tuo passato solo se ti fa bene”, non tutto mi fa bene. Ho perso un po’ di amici e non è semplice parlarne, ma è più semplice scriverne che capire il perché. Ho tante colpe, come quella di non esserci stata sempre. Un po’ fa male dirselo, ma ora già un po’ meno.

Sto bene, ho un amore che va a vele spiegate. Ci ho sofferto tanto, ma mi hanno detto “se decidi di chiudere col passato, devi chiudere. Altrimenti farà male per sempre”. Così io ho chiuso per dei nuovi inizi. Scrivevo che non sapevo che significasse essere innamorati, devo essere sincera, non lo so ancora di preciso. Forse per me amore significa paura, ma quella paura che provoca coraggio, per non perdere, per non darsi dolori. Ho accanto a me un amore vero, che mi fa bene, quasi mi imbarazza dirlo. Proprio io. “Se vuoi che nessuno ti spezzi il cuore, non far vedere il tuo cuore”. Io no invece, non più, ho smesso per questa volta. Rido di me stessa perché ho dei pensieri da tredicenne alterni all’immaginarsi tra dieci anni. Sarà solo la vulnerabilità della notte.

Spero di non mancare ancora per tanto, magari con degli argomenti nuovi. Anche se questo è il mio posto e non c’è qualcosa che non mi riguarda. Dovrò essere ancora sincera, non ho delle belle frasi d’effetto per finire. Così la finirò così.

Sulla punta delle dita.

Le vedi queste lacrime tra tutti, le nostre scelte, poi tutti i sogni che non hanno deciso di presentarsi, li sentirai forte, forte scorrere, ti sentirai forte.
Ti sentirai scorrere forte dell’acqua sulle guance e non saranno lacrime, non avrai più quei pantaloni stretti in vita, della vita, le tue scarpe bianche non saranno pronte sulla strada che si aprirà presto, pronta per non essere percorsa.
Porterai le mani sulle spalle, stringerai il tuo di petto tra le braccia tue e di nessun altro.
E’ una forza che sa di esser vinti, come non aver mai vinto davvero, come una maglietta ancora stropicciata, e i capelli non più belli, come cercavi di renderli.
Tre ore a pensare che sarebbe stato bello avere tanto tempo e poco sonno, invece di avere tanto sonno e poco tempo. Poco tempo tra le labbra, in quella piccola scossa che senti quando le apri veloci, e che rilasciano parole, veloci, velocissime.
Agito, corre, non ad agio, corri, corpi senza essere sentiti, tra una strada o nell’eco di una stanza vuota.
Si muove come da un finestrino lato passeggero, guarda al lato, investito o trafitto, da linee veloci, geometriche o non smussate, baciarsi lentamente, baciarsi nella mente, dentro ad ogni piccolo dettaglio, con ogni piccolo dolore, contro ogni piccolo dolore che separa la pelle.
Galleggia un po’ d’inchiostro nel gel di una penna.
Trema, trema nel silenzio che non si fa affrontare, senza affondare completamente, l’acqua, la luce e muove tre secondi di tempo, non me ne sto accorgendo.

Vieni, puoi entrare.

Prima di spegnere la luce do uno sguardo in giro, veloce e consapevole. Intorno il mio disordine e quello che sono. Monete sul comodino, profumo vecchio, la scatola degli smalti di mia sorella, quelli che tra tutti ha scartato s’intende. Una sedia, sopra i vestiti di oggi, una camicia stropicciata, un reggiseno, un jeans con un po’ tutti gli odori dei posti dove sono stata, pullman, cucina di casa, università, una carezza veloce, tre baci sulle labbra e poi scappare. A terra scarpe, abbastanza per far urlare mia madre, quelle per tutti i giorni, che non smetto mai di mettere, mai che ho voglia di buttare, e sotto tutte le strade che ho percorso, in qualcuna è acre l’odore di bagnato, pioggia o cromatina nera. Borse appese, qualche giubbino leggero, forse una camicia, nelle tasche biglietti, fogli stropicciati, scontrini, penne poco importanti. Sulla scrivania il resto, un disegno attaccato con lo scotch giallo e angoli inferiori rosicchiati dal gatto, post-it sparsi, bianchi, verdi, uno dice “avremo qualcosa da raccontare” e cerco di ricordarlo sempre, costruirmi una storia di vita vera, che valga la pena ascoltare. Libri, ma più quaderni, blocchi di fogli, album , agende, taccuini monocolore, in bianco e nero, verdi, nuovi e li tocco ogni tanto e immagino quello che potrebbe esserci, un giorno o forse mai, ci sono scritte cose, non le ho imparate ancora, manuali di passioni, altre parole scritte da me, la solita grafia a favore del vento. Occhiali da sole e da da vista, una scodella con residui di popcorn, un bicchiere, forse una bottiglia d’acqua. Un pennello fermo ancora su un foglio, tanti segni, scarabocchi a breve termine. Un libro aperto, storia del teatro che imparo ora perché parto, partiamo. Il computer, quello che dovrò pagare almeno finché mi laureo. Una scatola, tessera elettorale, portachiavi, post-it ancora. Cd, quelli dei Blue sono ancora tutti lí, a mia sorella piacevano tanto, altri sono miei, regali che non ascolto più. Penne, il barattolo di quelle finite che non si possono buttare, quelle da usare in casi d’emergenza come quando mamma deve scrivere una ricetta in cucina e quelle importanti che non si usano, ma ci stanno. Una sedia, una nera che fa sentire super importanti, ma è dell’Ikea e ha una zip segreta in cui ancora deve venirmi in mente cosa nasconderci. Il letto di mia sorella, è così da mesi però la chiamo, le dico che va tutto bene, mai che ci manca, anche se a mia mamma gira qualche lacrima. Dice che mette spesso lo smalto e lavora, gira in tram e mi chiede quando vado lì. Non lo so, vorrei domani.
Io, a metà tra tutto il freddo e primavera, notte e niente e buio intorno. Verde, non c’è fucsia, né rosa, né viola. Bianco e mappa di sogni.
Silenzio ma parole, scritte o lasciate sul cuscino.
Occhi che possono essere guardati, lasciarli chiudere e sentirsi dentro.

Cose personali.

Ho attraversato un lungo periodo in cui non conoscevo più i miei interessi, non mi conoscevo, non sapevo le cose che mi piacevano e cosa volevo fare davvero. Se dovessi ammettere di spiccare in una qualità, in una passione, un hobby o una materia, non direi la verità.
Odio la competitività in coloro che dicono che ognuno di noi è migliore degli altri in qualcosa. Non credo sia così. Credo si tratti solo di credere. Credere di potercela fare. Io non so ancora in cosa credo, ma ci sto lavorando.
Non mi pento di niente.
Mi ripeto spesso “prendi tutto ciò che ti capita”, solo che a volte non funziona e lascio qualcosa indietro. Mi convinco sempre che le cose di cui ci dovremmo pentire in realtà sono solo delle lezioni da cui dovremmo imparare.
Vado fiera della mia famiglia, di mia sorella, del mio amore e delle mie amicizie.
Amo le mie scarpe, fanno parte del mio carattere.
Il migliore compleanno che ho avuto è probabilmente quello dei diciott’anni. Non amo le sorprese, ma alla fine non sono state poi così male.
Il peggior compleanno è quando nessuno venne alla mia festa.
Quando ero piccola andavo sempre a fare le analisi del sangue e mi piaceva.
Il mio primo bacio faceva proprio schifo e in verità nemmeno volevo darlo. Ma lui stava perdendo il pullman per me, pur di conquistarmi. Che potevo farci. Glielo stampai e scappai.
Non ci siamo più rivisti.
Alle elementari ho dato un pugno ad un bambino, e se ci penso la mano mi fa ancora male.
Alle medie sono stata sospesa ma avevo la febbre, quindi neanche ci sarei andata.
Alle superiori sono diventata rappresentante di classe, della consulta e d’istituto, mi sono maturata con 90 e tanti complimenti.
Quando sto a terra disegno e scrivo, anche cose inutili ma mi aiuta molto farlo.
Mio padre è come me, litighiamo spesso. Tranne quando usciamo da soli e mi fa guidare.
Mi emoziona stare in auto se devo affrontare un viaggio lungo e la meta è un posto che mi piace troppo.
Di solito le persone diventano mie nemiche perché sono simili a me.
Ciò significa che potremmo essere amiche, ma non lo siamo.
Vorrei come amici coloro con cui non sono riuscita a farmi capire.
Mi piacciono troppo le clavicole, le vene sulle braccia e le guance come si muovono quando qualcuno sorride.
Vorrei smettere di sentirmi in colpa dopo aver detto di no ad una persona.
Amo davvero poche persone. Le amo nel senso più universale della parola. Mi rendo conto di amare qualcuno, se è questo che significa, quando lo metto prima di me stessa. A dirla tutta non so se ciò che faccio a volte significa amare, e non potrò mai averne la certezza.
So cosa significa avere nella vita un punto di riferimento, qualcuno che si sveglia presto la mattina per stare più tempo con te e ti ripete di essere la donna giusta. Che donna è troppo grande per me e giusta non lo so nemmeno.
Mi hanno detto “ti amo” e non potevo crederci.
Credo che essere innamorati sia una scelta, di avere occhi solo per una persona.
Dopo la morte immagino di diventare un fiore.

Pioversi addosso.

Vorrei scrivere di me che sto bene, che parto, che vedo oltre la provincia, oltre le storie apparenti, che non smetto di correre, e pure.
Da quando ho scritto l’ultima volta sono cambiate tante cose.
Ho aspettato la primavera con gli occhiali da sole, ho la specialità di saper perdere nelle situazioni, la capacità di dare aspettative e deluderle nello stesso momento, l’eccellente fortuna di non sembrare ciò che sono e di contestare decisioni che fanno parte di guerre già perse in partenza.
Costruisco dei grandiosi mal di testa che sembro in hangover perenne, metto in pausa le sensazioni poche volte alla settimana, lascio scivolare le scarpe in giro per città che non mi sono più amiche, metto fine a delle storie perché sono poco capace di organizzare il tempo o forse do solo la colpa ad esso, ho rotto lo zaino e tutte le parole mi sono cadute a terra, si sono scheggiate, altre le sto ancora cercando. Poi mi rendo conto che la vita vera è quel giorno d’inverno in cui del freddo te ne dimentichi.
Una melodia fa vibrare le pareti della mia stanza come quando stai dormendo e passa un camion, ma oggi è domenica e tutto è spento, una calma apparente che stride e muove dentro, dove l’anima ha delle nuvole da temporale.

Piove.

Non mi scrivi, ma posso farlo io per te. Come quando in qualche bar della provincia mi sentivo dire di continuare perché ti piace ed è così scorrevole, proprio come non lo faccio da tempo.
Mi riparerei dove vanno le nuvole nei giorni di sole, al Louvre o nei musei del mondo chiusi al pubblico.
Intanto riempio i momenti di silenzio con parole che nemmeno sanno ascoltare, non ho speranza nei nichilisti, ma basterebbe un respiro di un attimo, l’attenuazione di una notte, un’anima bohémienne nel posto sbagliato, la scoperta di una vera attitudine.

P.s. Yakamoto Kotzuga fa musica che non riesco ad ascoltare per troppo tempo ma, se state leggendo questo post, dovete ascoltarlo per forza.
E anche Ludovico Einaudi, a prescindere.