Io da tanto

Quello che c’è fuori dal mio balcone alle sette di sera è un pezzo di cielo e città, scende presto il sole, tra ombra e vento, seduta, mi copro la faccia, come quella volta in cui mi insegnarono il tramonto con gli acquerelli.
Solo sedici euro e due bicchieri per un tramonto a qualsiasi ora del giorno.
Come il tramonto a Copenaghen, tra la pioggia e quaranta corone per ogni respiro.
Le più grandi decisioni si prendono nei momenti più brevi possibili, come quando dico a mia mamma che andrò via mentre mettiamo il mascara allo specchio e mi risponde che lei e papà non mangeranno più le patatine fritte, così saranno magrissimi quando torneremo a casa.
Mi piace l’idea del tornare a casa, è sempre stata la mia soluzione.
Sono sul bagnasciuga di un anno che sarà difficile, mi ricordo che ho scritto sul post-it accanto: “avremo qualcosa da raccontare” .

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Agosto di un’estate un po’ così.

Era da tanto che non era agosto e io manco già da un po’, ma ora aumenta la luminosità del tuo telefono e metti gli occhiali sopra i ricordi, l’intera estate dura un giorno.
Maledetta l’abitudine, potessi averla avanti le direi che sono sveglia e sto correndo, sto bene, che banale questa cosa a dirsela da soli. Sono passate nella mia stanza tante storie in questi mesi, ho cercato nuovi legami, recuperato degli amici, perso un mare di cose, tenuto d’occhio bambini sotto il sole, e poi ho ascoltato i Coldplay a Milano, con mia sorella e tanta luce. Forse uno dei momenti più belli della mia vita. Così sono tornata a casa e ho dovuto scrivermi addosso, per sempre, che non sarò mai sola.
E’ uno di quei momenti in cui mi vedo costruire e distruggere, tra cambiare e scegliere la malinconia. Non ho intenzione di abbandonare tutto questo, ma la verità è che scrivo quando sto male, quando fuori fa più freddo del previsto, quando è terapia, quando ci sono fenditure da cui far entrare la luce e bagliori da spegnere.

Ma pur resta che qualcosa è accaduto, per essere qui.
Tra pagine e inchiostro verde, di leggerezza e stelle. Oggi sono io a deporre le armi, che scelgo di non sparare, perché forse merito la pace, merito la cura, la gioia che non manchi mai. Mi riparo dalle cose che non sono come sembrano e scelgo con attenzione chi essere, lieve o decisa, risoluta o provvisoria con la tristezza e il capire, tra i difetti e le correzioni di un giorno.
Parto per partire, perché qualcuno ha detto che quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose. 

Non manca molto, è quasi la fine di settembre, ci sentiamo presto o prima.

 

Non ho smesso mai.

Quando avevo diciassette anni pensavo davvero che il mondo andasse troppo lentamente; che gli anni veri non sarebbero arrivati mai e sopratutto che gli altri fossero così apparentemente grandi da lasciarmi sempre dubbi su come io sarei diventata.
Compii diciott’anni, lasciai il liceo, non cambiò niente il giorno dopo e nemmeno quello dopo e nemmeno quello dopo ancora. Ma questa è una storia già letta.
Quando ebbi diciannove anni a malapena ricordavo cosa fosse successo in quell’anno e pensai che forse il tempo era trascorso davvero troppo velocemente, anche se era solo uno dei cliché che mia mamma estrapolava dai ricordi dei suoi anni ’80.
Attualmente scrivo affinché tra qualche anno il tempo non sembri solo uno srotolarsi di parole e di giornate che si confondono e si ricordano poco. Infondo non saprei di che parlare se non della normalità che ogni mattina mi aspetta fuori dalla porta, io pronta, l’abbraccio ed esco. Un po’ come faccio con mia mamma che poi, nel senso più bello del termine, tanto normale non è.
Ho spesso l’impressione di lasciare trasparire il contrario di ciò che intendo, un po’ come una sfera di pinball finita nel posto sbagliato e con il tilt in azione. Quando avevo quindici anni avevo uno stretto legame con il flipper nella sala giochi sotto casa, un giorno ci andai, non lo dissi a nessuno e guadagnai uno di quegli schiaffi che è raro dimenticare.
Ottenere la piacevole sensazione di esser amati da tutti è una pura utopia, ma a undici anni facevo gli autografi sui quaderni, perché sarei diventata (sicuramente!) una star.
Ma questo è pur sempre il mio solito divagare.
Io all’università non voglio lasciare andare il mio tempo, perciò devo laurearmi presto. Mia sorella, tra una tappa e l’altra del suo tour “after-graduation”, dice che posso essere chi voglio, però non vale più la regola dell’intelligente che non si applica. Ma ho fiducia, tutto sommato dicono che la mela non cadrà mai molto lontano dall’albero.
C’è un mare di vita da fare, e io ho solo bisogno di diventar grande e di non avere l’ansia quando non ce n’è bisogno.