Mi ricordo del Tate Modern.

Mi ricordo delle luci, di nessuno, della città, del grigio che porto scritto addosso, le storie nuove, le missioni fallite, le idee a prova di proiettile, me li raccontano gli anni belli – e cosa vuoi fare dopo? – segui il tuo papà, o che ne fai del futuro; so che sentirò freddo o dovrò stringere tutti i ricordi, pure quelli della primavera, le mie foto attaccate al muro e gli attimi di Londra mai sviluppati, stretti tra plastica e pellicola; l’anno degli impegni e fatti votare e sorridi pure se non ti piace, e no; abbattiamo i muri o scriviamoci sopra, abbraccerai la vita insieme a me, e gli occhiali da sole mi vestono di sicurezza, ma siete sicuri che sono sicura?
Va veloce, neanche il tempo di fiorire, sfiorare, non mi conosci o forse ti ho raccontato troppo; il natale, gli incontri, è questo ciò che voglio, e si fluidificano le parole, mi distolgo, scrivo, e dove vuoi andare, combattere, scappare, e vado a vivere da sola, mi convinco; non ho la patente ma ho troppi luoghi da raggiungere, facciamoci un tatuaggio che te lo regalo io e ti ho già nel sangue, ti voglio pure sulla pelle; e gli “stai bene da sola”, forse un miraggio, sento le labbra schiudersi per parole che penso davvero, gli sguardi di chi ha letto il tuo sguardo, con i nonostante tutto e senza mai punti finali, quando non esiste il tempo per pensare, non mi spegnere, credo alle illusioni.
Quello che dici, come lo fai, come sbatti in faccia al mondo, ogni volta che è andata bene, o non come volevi, quando io parto da zero e porto tutto con me.
Mi ricordo del Tate Modern e poi tutto è un’ action painting di momenti.

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