Polycolor.

Come quadri mai completati ma capolavori da museo, cieli acquerellati, segni graffiati, mani modellanti, sogni su carta bianca, libri di immagini, tavolozze asciutte, notti sveglie, chiaroscuri abbaglianti, punti di vista paralleli, la quinta dimensione, il tempo tossico, freddo e corpi anatomici, colori veloci dal finestrino, chiese brillanti, indelebili fragranze, sfumature del mare e dell’alba, lunghi viaggi, occhi dinamici, storie, storie, storie.

A cento giorni dall’esame, mi scuserete, ma la malinconia prende il sopravvento.
Non sarei mai voluta giungere a questo momento, a scrivere questo, a proiettare il futuro che (cliché) spaventa.
E se “la matematica non sarà mai il mio mestiere” so almeno che ansia più stress uguale maturità.
Così, tra un ritaglio di tempo e un ritaglio di un progetto da consegnare troppo presto, metto insieme i pezzi da quando mi presentai in camicia il primo giorno e quando il secondo piangevo perché non volevo andarci più, e quando ora l’andare via è un pugno allo stomaco.
Quel numero non sarò io, non sono io.
Sarà una somma di tutti i fraintendimenti, di tutti quei momenti in cui i sorrisi erano solo per sciogliere i nodi alla gola, del perché non capite o sto sbagliando qualcosa, del pensavo di non farcela e del ci salveremo perché poi ci abbiamo creduto.
La mia maturità è quella che ho visto quando ho messo le mie idee davanti a tanti occhi e quando gli occhi li ho dovuti chiudere perchè a qualcuno quelle non piacevano per niente.
Mi sono resa conto che i legami con le Persone erano storie da raccontare, cresco quando qualcuno mi dice grazie sorridendo, quando i pullman (dove ho perso e ritrovato la mia cartella!) e la provincia mi stancano ma mai abbastanza per farmi smettere, quando la storia dell’arte è odi per come me la insegnano e amo per com’è davvero.
Scrivo con le mani tra le mani, con una stilografica, in un momento in cui sento scorrere il tempo nel modo più veloce possibile, ci penso, so tutto del passato e mai niente del futuro, il mio punto fisso, che poi fisso non lo è mai.

Ritorno a studiare.

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Punti di sospensione

Suona.
Zittisco.
Senza muovermi.
Mi scopro piano.
Assorbo piano il freddo.
I tempi sono lunghi.
Un’ora per riattivarmi.
Trovare la forza di uscire.
Smettere di pensare cose angosciose.
Il pullman lo perdo o ci corro dietro o lo prendo e sto in piedi o qualcuno mi fa alzare, e sto in piedi.
Ho una cartella enorme e la sbatto un po’ nelle gambe di tutti.
Mi guardano storto.
Non mi lamento.
Non ancora.
Mi stringo nel giubbotto.
Anche oggi troppo leggero.
Ma tanto poi esce il sole.
Mi convinco.
Mi mischio.
Quasi mi confondo.
Parlo tanto.
Troppo.
Osservo.
Sto zitta quando non dovrei.
Abbiamo litigato.
Ti vogliono parlare.
Ma la occupiamo.
Devi scendere.
Non ti voglio parlare.
Ma questo non funziona.
Non capisci un cazzo.
C’è l’esame.
Ci sta piovendo addosso.
L’hai voluto tu.
Abbiamo il compito.
Mi accompagni.
Usciamo prima.
Prendiamoci un caffè.
Oggi vieni.
Le università.
Andiamo a Berlino.
Quanto manca.
Ti sto cercando.
Non vuoi fare niente.
Grazie.
Ma è così e lo so.
E ai miei sguardi mi abituo.
Discuto.
Vorrei un tema in classe.
Com’è andata la tua estate.
Parlami della tua giornata.
Com’è la tua famiglia.
Hai una migliore amica.
Le cose banali sono quelle da cui è più difficile uscire.
Il tempo vola.
Sono fuori.
Chiacchiere tante.
Vuoi un cioccolatino.
Si è fatto più tardi del previsto.
Devo andare.
Perdo il pullman.
Piove.
Mi inzuppo.
L’ombrello non ce l’ho o è rotto.
Nemmeno chi mi da un passaggio.
Prendo il pullman.
Sto in piedi.
Mi siedo.
Il sedile è bagnato.
Mi piove addosso.
Batteria scarica.
Scendo.
Piove.
Mia mamma si lamenta che sto fuori tutto il giorno.
Ma hai fame?
Non vedi come ti stai facendo.
Mente.
Devo studiare.
Non vedo da un occhio all’altro.
Cinque minuti ed inizio.
Mi sveglio.
Sono le sette.
Nessun messaggio.
Forse non va il wifi.
Forse non c’è campo.
O niente.
Ma perché non mangi.
Sei come tua sorella.
Mente ancora.
Klimt, Matisse, Picasso, Braque, Duchamp ci sono.
Io no.
Si è fatto tardi.
Poi domani me la cavo.
Tanto chi è coraggioso o viene premiato o viene frainteso.
Non mi preoccupo poi così tanto.
Scrivo qualcosa, non lo so dove, dove capita poi.
Ma lo faccio e mi addormento.
Come queste parole che poi le completo il giorno dopo.
Mi sveglio nella notte e spengo tutto.