Parole per me, anche per te.

Ma allora cambiale le tue abitudini, che sia un inchiostro o la maglietta che non lasci da tre anni per non vederti mai diversa. Mai cresciuta, ma sempre quella.

Che piacere la spregiudicatezza dei vent’anni, tra il sesso e i compleanni che non fanno esser donne.

C’è un silenzio inafferrabile, privo di conforto e di bisogni, spigoloso e freddo, per muoversi nelle cose in cui si brucia, e si ama. Fuori dalle occasioni per perdere aria e vedersi ritornare lacrime.

Puoi diventare come ti immaginano, somigliare a come sei, ma non sarebbe la tua storia e di nulla saprebbero le parole che ti stai dicendo. Ora che intorno è la parte sinistra del cerchio di Itten.

Le notti sono fatte per non parlarsi affatto, fatte per modellarsi, deboli e affabili, per l’alba dopo, per tirare su gli occhiali e dirsi che è solo malinconia, solo tristezza per le cose dette tra un effetto e la normalità.

Da altrove parte la pace e mi raggiunge, tra libri e parole barrate. Le nostre statue scendono in città e si crepano di nuovi sogni. Così la parte migliore di me è dentro una valigia pesantissima, con l’amore di una vita per sé stessi.

“Di cosa vuoi che ti parli che ho poco più di vent’anni, se alla crisi mondiale preferisco i tuoi sguardi.”

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“S’ascende e si precipita e ci s’allarga intorno”

Il tempo scorre len-tis-si-ma-men-te quando devi raggiungere la tua meta, il viaggio è lungo ma la stanchezza non supera l’entusiasmo che fa fremere e sorridere. In un attimo la scena salta, io ed un’altra persona siamo sotto un enorme grattacielo. Alziamo il naso nello stesso momento, riesco ancora a sentire il dolore dietro il collo per lo sforzo. I dialoghi sono pochi, caotici, non riesco a ricordarli. Intorno c’è una grande confusione, persone che corrono, automobili forse gialle, delle fontane. Una ragazza dai capelli rossi volteggia nell’aria con una grande sicurezza, prima fa un giro su sé stessa, poi stende le gambe, apre le spalle e allarga le braccia, arriva a terra, fa un sorriso, forse qualcuno batte le mani. Ora siamo tre e siamo su un tetto fatto di altri piccoli tetti geometrici, spigolosi e scivolosi, divisi dal vuoto. Sotto una città che non guardo e non riconosco. Ci accoglie una ragazza, forse ha una frangia sugli occhi e dei capelli neri, lunghi sicuramente. “Chi si prende la responsabilità di tutte queste vite?”, chiedo una cosa del genere. Non ho risposte, forse un leggero sorriso non rassicurante. C’è gente vestita sportiva, non ha paura e se la ride. In un attimo siamo nel punto più alto del palazzo, oscilla. Mi tengo ad un palo di ferro, intorno è come essere in un aereo tra le nuvole. Oscilla ancora e del vento sento solo il rumore. C’è una porta minuscola più sotto, qualcuno riesce ad entrare, lo fa anche una persona accanto a me e svanisce. Io non riesco. Corro per ritornare da dove ero partita,
è
lontano
da
me,
lo faccio veloce, con dei salti, a volte le scarpe sono metà sul cemento metà nel vuoto. Arrivo, mi siedo tra una folla che non mi vede, mi dispero. L’altra persona che era con me non mi ha seguita, la vedo per un attimo forse, continua ad andare avanti. Più vicino, a destra e sinistra, perdono l’equilibrio e precipitano persone, uno ha una felpa nera, nessun urlo né rumore, nessuno se ne accorge. Resto immobile nell’attesa di vedere la persona che era con me ritornare. Non torna. Qualcuno è riuscito a scendere, li vedo correre per delle scale a chiocciola che arrivano fin giù alla strada. Io sono ancora lassù ad aspettare e ora non vedo nessuno.