#44

In un fiume
freddo di parole
poche
vere
tra le paure
altisonanti
non so cosa voglio
so cosa
mi manca.

Non può bastare
un solo
sogno
per una sola vita.
Come
una pagina
per una storia
vera
che voglio
far ricordare.

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Presto. 

Non so che mi serve, se un piccolo dolore per accertarsi di esser vivi o una grande gioia in un sabato nel mio villaggio.
Mi sembra un po’ strano quello che mi sta accadendo e sento quasi la necessità di raccontarlo, tralascerò purtroppo i dettagli che sono la cosa più interessante.
Tra il caldo e il freddo ed io che svengo nei pullman, ed io che svengo nei bar troppo affollati con musica orrenda. Ed io che le spalle le ho fatte forti, per portare avanti tutte le parole e le penne stilografiche, nello zaino nuovo che mi ha regalato il mio papà senza nessuna occasione. Mia sorella mi ha portato da Milano un anello per ricordarmi che a noi piacciono le cose semplici, i fiori e gli abbracci, gli arrivi e le notti.
Mi sto circondando di persone nuove, non perché voglia dimenticare gli amici vecchi, quelli che ho perso ormai.
Vedo storie nuove e a volte mi sento di non farne parte. Sto imparando i miei limiti, oltre questo svengo, oltre questo vomito, oltre questo devo stamparti un bacio sulle labbra, oltre questo non sai niente di me, oltre questo saranno New Balance e non Louboutin ma non devi calpestarmele comunque.
Sono stata al concerto di Mecna con un pantalone bagnato completamente di birra e nessuno se ne è accorto. Bello, mi è piaciuto e non è una novità. Dormo tanto, male e poi vado a schivare gente all’università, ascolto due ore tutte le parole possibili e cerco di portare qualcosa a casa. Poi scappo, perché sai ho da fare, proprio non mi va di perdere il pullman. L’ho aspettato tre ore un pullman il giorno di carnevale, il giorno del tuo compleanno e della torta sul sedile della macchina di tua mamma e una candelina che ci ha cosparsi di brillantini.
Tra le penne stilografiche e le mani sporche d’inchiostro, tra la musica nuova e il sole, tra il buio e le persone, tra me e scegli tu cosa.
Ho scritto nel curriculum di essere una persona puntuale, ho mentito. Spero di non essere come quei ventenni che vedevo quando non avevo vent’anni.

Ci vediamo presto. 

Punti di sospensione

Suona.
Zittisco.
Senza muovermi.
Mi scopro piano.
Assorbo piano il freddo.
I tempi sono lunghi.
Un’ora per riattivarmi.
Trovare la forza di uscire.
Smettere di pensare cose angosciose.
Il pullman lo perdo o ci corro dietro o lo prendo e sto in piedi o qualcuno mi fa alzare, e sto in piedi.
Ho una cartella enorme e la sbatto un po’ nelle gambe di tutti.
Mi guardano storto.
Non mi lamento.
Non ancora.
Mi stringo nel giubbotto.
Anche oggi troppo leggero.
Ma tanto poi esce il sole.
Mi convinco.
Mi mischio.
Quasi mi confondo.
Parlo tanto.
Troppo.
Osservo.
Sto zitta quando non dovrei.
Abbiamo litigato.
Ti vogliono parlare.
Ma la occupiamo.
Devi scendere.
Non ti voglio parlare.
Ma questo non funziona.
Non capisci un cazzo.
C’è l’esame.
Ci sta piovendo addosso.
L’hai voluto tu.
Abbiamo il compito.
Mi accompagni.
Usciamo prima.
Prendiamoci un caffè.
Oggi vieni.
Le università.
Andiamo a Berlino.
Quanto manca.
Ti sto cercando.
Non vuoi fare niente.
Grazie.
Ma è così e lo so.
E ai miei sguardi mi abituo.
Discuto.
Vorrei un tema in classe.
Com’è andata la tua estate.
Parlami della tua giornata.
Com’è la tua famiglia.
Hai una migliore amica.
Le cose banali sono quelle da cui è più difficile uscire.
Il tempo vola.
Sono fuori.
Chiacchiere tante.
Vuoi un cioccolatino.
Si è fatto più tardi del previsto.
Devo andare.
Perdo il pullman.
Piove.
Mi inzuppo.
L’ombrello non ce l’ho o è rotto.
Nemmeno chi mi da un passaggio.
Prendo il pullman.
Sto in piedi.
Mi siedo.
Il sedile è bagnato.
Mi piove addosso.
Batteria scarica.
Scendo.
Piove.
Mia mamma si lamenta che sto fuori tutto il giorno.
Ma hai fame?
Non vedi come ti stai facendo.
Mente.
Devo studiare.
Non vedo da un occhio all’altro.
Cinque minuti ed inizio.
Mi sveglio.
Sono le sette.
Nessun messaggio.
Forse non va il wifi.
Forse non c’è campo.
O niente.
Ma perché non mangi.
Sei come tua sorella.
Mente ancora.
Klimt, Matisse, Picasso, Braque, Duchamp ci sono.
Io no.
Si è fatto tardi.
Poi domani me la cavo.
Tanto chi è coraggioso o viene premiato o viene frainteso.
Non mi preoccupo poi così tanto.
Scrivo qualcosa, non lo so dove, dove capita poi.
Ma lo faccio e mi addormento.
Come queste parole che poi le completo il giorno dopo.
Mi sveglio nella notte e spengo tutto.

Napoli ha le All Star gialle e borchiate.

Un compleanno, un po’ d’insonnia, dormo tre ore e alle otto di mattina me la faccio a piedi perché “no papà, vado da sola e no, non mi rubano niente”.
Poi devo aspettare gli altri perché “io arrivo presto, fate con calma” e passo un’ora nel Mc Donald.
Napoli è colorata fino all’ultimo angolo, fino all’ultima persona che gli calpesta l’asfalto.
Uno sulla settantina mentre ci incrociamo, e io corro, mi urla “uè bellezz!” e okay per la frase, ma per la nostra differenza d’età mi cade l’autostima sotto la metropolitana.
Poi in stazione ci sono dieci persone tutte tatuate (ma a Napoli i tatuaggi sono gratis?) che vogliono vendermi degli accendini che non voglio e uso sempre quelle frasi di circostanza che mi imbarazzano pure.
Ma uno non se ne frega più di tanto di vendermelo, “ma che ci fai qua, Napule è ‘na schifezz!” e io gli dico che per oggi me la faccio bastare.
Due tipi inglesi, o che parlano solo inglese, stanno mangiando un panino col bacon, un sacco di ragazzi aspettano chissà cosa, l’aria condizionata mi spara alle spalle e questo zaino mi fa sudare quel che basta per una bronchite.
È tanto che aspetto.
Ma Napoli è così, che non annoia e ha le all star, un po’ rovinate, gialle perché salta agli occhi di tutti, con le borchie perché vanno di moda e certe volte fanno male, perciò le mettono ovunque.
Poi sbando, arrivano i miei compagni, quelli a cui ho lasciato un pezzo di cuore in Inghilterra ed è tutta una giornata di “ti ricordi quando…”.
Me ne torno a casa col sorriso e forse Napoli è sempre meglio vederla al contrario, o vederla semplicemente.

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