#44

In un fiume
freddo di parole
poche
vere
tra le paure
altisonanti
non so cosa voglio
so cosa
mi manca.

Non può bastare
un solo
sogno
per una sola vita.
Come
una pagina
per una storia
vera
che voglio
far ricordare.

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Parole per me, anche per te.

Ma allora cambiale le tue abitudini, che sia un inchiostro o la maglietta che non lasci da tre anni per non vederti mai diversa. Mai cresciuta, ma sempre quella.

Che piacere la spregiudicatezza dei vent’anni, tra il sesso e i compleanni che non fanno esser donne.

C’è un silenzio inafferrabile, privo di conforto e di bisogni, spigoloso e freddo, per muoversi nelle cose in cui si brucia, e si ama. Fuori dalle occasioni per perdere aria e vedersi ritornare lacrime.

Puoi diventare come ti immaginano, somigliare a come sei, ma non sarebbe la tua storia e di nulla saprebbero le parole che ti stai dicendo. Ora che intorno è la parte sinistra del cerchio di Itten.

Le notti sono fatte per non parlarsi affatto, fatte per modellarsi, deboli e affabili, per l’alba dopo, per tirare su gli occhiali e dirsi che è solo malinconia, solo tristezza per le cose dette tra un effetto e la normalità.

Da altrove parte la pace e mi raggiunge, tra libri e parole barrate. Le nostre statue scendono in città e si crepano di nuovi sogni. Così la parte migliore di me è dentro una valigia pesantissima, con l’amore di una vita per sé stessi.

“Di cosa vuoi che ti parli che ho poco più di vent’anni, se alla crisi mondiale preferisco i tuoi sguardi.”

Agosto di un’estate un po’ così.

Era da tanto che non era agosto e io manco già da un po’, ma ora aumenta la luminosità del tuo telefono e metti gli occhiali sopra i ricordi, l’intera estate dura un giorno.
Maledetta l’abitudine, potessi averla avanti le direi che sono sveglia e sto correndo, sto bene, che banale questa cosa a dirsela da soli. Sono passate nella mia stanza tante storie in questi mesi, ho cercato nuovi legami, recuperato degli amici, perso un mare di cose, tenuto d’occhio bambini sotto il sole, e poi ho ascoltato i Coldplay a Milano, con mia sorella e tanta luce. Forse uno dei momenti più belli della mia vita. Così sono tornata a casa e ho dovuto scrivermi addosso, per sempre, che non sarò mai sola.
E’ uno di quei momenti in cui mi vedo costruire e distruggere, tra cambiare e scegliere la malinconia. Non ho intenzione di abbandonare tutto questo, ma la verità è che scrivo quando sto male, quando fuori fa più freddo del previsto, quando è terapia, quando ci sono fenditure da cui far entrare la luce e bagliori da spegnere.

Ma pur resta che qualcosa è accaduto, per essere qui.
Tra pagine e inchiostro verde, di leggerezza e stelle. Oggi sono io a deporre le armi, che scelgo di non sparare, perché forse merito la pace, merito la cura, la gioia che non manchi mai. Mi riparo dalle cose che non sono come sembrano e scelgo con attenzione chi essere, lieve o decisa, risoluta o provvisoria con la tristezza e il capire, tra i difetti e le correzioni di un giorno.
Parto per partire, perché qualcuno ha detto che quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose. 

Non manca molto, è quasi la fine di settembre, ci sentiamo presto o prima.

 

Vieni, puoi entrare.

Prima di spegnere la luce do uno sguardo in giro, veloce e consapevole. Intorno il mio disordine e quello che sono. Monete sul comodino, profumo vecchio, la scatola degli smalti di mia sorella, quelli che tra tutti ha scartato s’intende. Una sedia, sopra i vestiti di oggi, una camicia stropicciata, un reggiseno, un jeans con un po’ tutti gli odori dei posti dove sono stata, pullman, cucina di casa, università, una carezza veloce, tre baci sulle labbra e poi scappare. A terra scarpe, abbastanza per far urlare mia madre, quelle per tutti i giorni, che non smetto mai di mettere, mai che ho voglia di buttare, e sotto tutte le strade che ho percorso, in qualcuna è acre l’odore di bagnato, pioggia o cromatina nera. Borse appese, qualche giubbino leggero, forse una camicia, nelle tasche biglietti, fogli stropicciati, scontrini, penne poco importanti. Sulla scrivania il resto, un disegno attaccato con lo scotch giallo e angoli inferiori rosicchiati dal gatto, post-it sparsi, bianchi, verdi, uno dice “avremo qualcosa da raccontare” e cerco di ricordarlo sempre, costruirmi una storia di vita vera, che valga la pena ascoltare. Libri, ma più quaderni, blocchi di fogli, album , agende, taccuini monocolore, in bianco e nero, verdi, nuovi e li tocco ogni tanto e immagino quello che potrebbe esserci, un giorno o forse mai, ci sono scritte cose, non le ho imparate ancora, manuali di passioni, altre parole scritte da me, la solita grafia a favore del vento. Occhiali da sole e da da vista, una scodella con residui di popcorn, un bicchiere, forse una bottiglia d’acqua. Un pennello fermo ancora su un foglio, tanti segni, scarabocchi a breve termine. Un libro aperto, storia del teatro che imparo ora perché parto, partiamo. Il computer, quello che dovrò pagare almeno finché mi laureo. Una scatola, tessera elettorale, portachiavi, post-it ancora. Cd, quelli dei Blue sono ancora tutti lí, a mia sorella piacevano tanto, altri sono miei, regali che non ascolto più. Penne, il barattolo di quelle finite che non si possono buttare, quelle da usare in casi d’emergenza come quando mamma deve scrivere una ricetta in cucina e quelle importanti che non si usano, ma ci stanno. Una sedia, una nera che fa sentire super importanti, ma è dell’Ikea e ha una zip segreta in cui ancora deve venirmi in mente cosa nasconderci. Il letto di mia sorella, è così da mesi però la chiamo, le dico che va tutto bene, mai che ci manca, anche se a mia mamma gira qualche lacrima. Dice che mette spesso lo smalto e lavora, gira in tram e mi chiede quando vado lì. Non lo so, vorrei domani.
Io, a metà tra tutto il freddo e primavera, notte e niente e buio intorno. Verde, non c’è fucsia, né rosa, né viola. Bianco e mappa di sogni.
Silenzio ma parole, scritte o lasciate sul cuscino.
Occhi che possono essere guardati, lasciarli chiudere e sentirsi dentro.

L’odore di un’estate che finisce.

Viene giù il cielo stamattina.
Tuoni e secchiate d’acqua dalle nuvole come sveglia, è il benvenuto di settembre che fa da background, come chi passa e non saluta mai, come una scenografia di cui nessuno se ne accorge, come chi ti sta parlando ma non gliene frega un cazzo di ciò che dici, come il mese del tuo compleanno che ti mette ansia.
Le case, le strade che si allagano, il cielo come quello perenne di Londra, gli addii, i rimorsi, la routine, i ritorni, i flashback, chi è andato, chi ancora aspetta per partire. Io ho solo quella strana sensazione di quando inizi una cosa nuova, ma non è iniziato niente, resto immobile, a guardare, a cercare qualcosa per riempire il tempo, qualcosa che si colora sotto il mio soffitto, che corre fuori dalla finestra.
Ha smesso di piovere e tutto tacerà ancora per pochi minuti, è un’osmosi sociale, finita la tempesta – ritornare alla normalità.
Così è un altro giro di giostra, dalla finestra passa aria fredda, rigenerata e entra l’odore di un’estate che finisce, che perde tutto, che apre nuove strade e mi da un bagaglio nuovo da riempire.
“La differenza di tutto è solo la fine.”

Mi hanno detto che le lacrime non servono a niente, ma mentivano.
Mi hanno insegnato che tutti possono essere forti, ma non sapevano spiegare come.
Mi hanno visto cresciuta e cambiata, ma non si sono chiesti il perché.
Mi hanno sorriso sui pullman, ma poi sono scesi e non li ho rivisti più.
Mi hanno detto di aver riempito la loro vita, ma dopo se ne sono andati.
Ammettere è il primo passo per combattere, ci renderà migliori.