Io da tanto

Quello che c’è fuori dal mio balcone alle sette di sera è un pezzo di cielo e città, scende presto il sole, tra ombra e vento, seduta, mi copro la faccia, come quella volta in cui mi insegnarono il tramonto con gli acquerelli.
Solo sedici euro e due bicchieri per un tramonto a qualsiasi ora del giorno.
Come il tramonto a Copenaghen, tra la pioggia e quaranta corone per ogni respiro.
Le più grandi decisioni si prendono nei momenti più brevi possibili, come quando dico a mia mamma che andrò via mentre mettiamo il mascara allo specchio e mi risponde che lei e papà non mangeranno più le patatine fritte, così saranno magrissimi quando torneremo a casa.
Mi piace l’idea del tornare a casa, è sempre stata la mia soluzione.
Sono sul bagnasciuga di un anno che sarà difficile, mi ricordo che ho scritto sul post-it accanto: “avremo qualcosa da raccontare” .

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#44

In un fiume
freddo di parole
poche
vere
tra le paure
altisonanti
non so cosa voglio
so cosa
mi manca.

Non può bastare
un solo
sogno
per una sola vita.
Come
una pagina
per una storia
vera
che voglio
far ricordare.

Ogni giorno è un posto nuovo.

Penso a come sei, come vorrei essere.
A quanto gli altri sono stupiti dal sorriso dei tuoi occhi, dalla curva delle tue labbra: un arcobaleno in mezzo a questa pioggia.
È bella la tua storia, difficile, decisa: è all’alba della vita.
Porti avanti le valigie, cariche di cose semplici, di quelle che riempiono il petto d’orgoglio.
E so che sei la mia àncora, il mio “credo ancora nel futuro”.
Scorriamo a vicenda nelle nostre vene e ti porto dentro, per davvero, da sempre.
E penso.
Penso che sarebbe bello averti vicino e in mille altre città, mischiarci le vite, fingere d’esser grande e proteggerti.
E tenersi i polsi per attraversare le strade e abbandonare gli imbarazzi degli abbracci, che non saranno più saluti.

Mi ricordo del Tate Modern.

Mi ricordo delle luci, di nessuno, della città, del grigio che porto scritto addosso, le storie nuove, le missioni fallite, le idee a prova di proiettile, me li raccontano gli anni belli – e cosa vuoi fare dopo? – segui il tuo papà, o che ne fai del futuro; so che sentirò freddo o dovrò stringere tutti i ricordi, pure quelli della primavera, le mie foto attaccate al muro e gli attimi di Londra mai sviluppati, stretti tra plastica e pellicola; l’anno degli impegni e fatti votare e sorridi pure se non ti piace, e no; abbattiamo i muri o scriviamoci sopra, abbraccerai la vita insieme a me, e gli occhiali da sole mi vestono di sicurezza, ma siete sicuri che sono sicura?
Va veloce, neanche il tempo di fiorire, sfiorare, non mi conosci o forse ti ho raccontato troppo; il natale, gli incontri, è questo ciò che voglio, e si fluidificano le parole, mi distolgo, scrivo, e dove vuoi andare, combattere, scappare, e vado a vivere da sola, mi convinco; non ho la patente ma ho troppi luoghi da raggiungere, facciamoci un tatuaggio che te lo regalo io e ti ho già nel sangue, ti voglio pure sulla pelle; e gli “stai bene da sola”, forse un miraggio, sento le labbra schiudersi per parole che penso davvero, gli sguardi di chi ha letto il tuo sguardo, con i nonostante tutto e senza mai punti finali, quando non esiste il tempo per pensare, non mi spegnere, credo alle illusioni.
Quello che dici, come lo fai, come sbatti in faccia al mondo, ogni volta che è andata bene, o non come volevi, quando io parto da zero e porto tutto con me.
Mi ricordo del Tate Modern e poi tutto è un’ action painting di momenti.