#44

In un fiume
freddo di parole
poche
vere
tra le paure
altisonanti
non so cosa voglio
so cosa
mi manca.

Non può bastare
un solo
sogno
per una sola vita.
Come
una pagina
per una storia
vera
che voglio
far ricordare.

Annunci

Parole per me, anche per te.

Ma allora cambiale le tue abitudini, che sia un inchiostro o la maglietta che non lasci da tre anni per non vederti mai diversa. Mai cresciuta, ma sempre quella.

Che piacere la spregiudicatezza dei vent’anni, tra il sesso e i compleanni che non fanno esser donne.

C’è un silenzio inafferrabile, privo di conforto e di bisogni, spigoloso e freddo, per muoversi nelle cose in cui si brucia, e si ama. Fuori dalle occasioni per perdere aria e vedersi ritornare lacrime.

Puoi diventare come ti immaginano, somigliare a come sei, ma non sarebbe la tua storia e di nulla saprebbero le parole che ti stai dicendo. Ora che intorno è la parte sinistra del cerchio di Itten.

Le notti sono fatte per non parlarsi affatto, fatte per modellarsi, deboli e affabili, per l’alba dopo, per tirare su gli occhiali e dirsi che è solo malinconia, solo tristezza per le cose dette tra un effetto e la normalità.

Da altrove parte la pace e mi raggiunge, tra libri e parole barrate. Le nostre statue scendono in città e si crepano di nuovi sogni. Così la parte migliore di me è dentro una valigia pesantissima, con l’amore di una vita per sé stessi.

“Di cosa vuoi che ti parli che ho poco più di vent’anni, se alla crisi mondiale preferisco i tuoi sguardi.”

Non ho smesso mai.

Quando avevo diciassette anni pensavo davvero che il mondo andasse troppo lentamente; che gli anni veri non sarebbero arrivati mai e sopratutto che gli altri fossero così apparentemente grandi da lasciarmi sempre dubbi su come io sarei diventata.
Compii diciott’anni, lasciai il liceo, non cambiò niente il giorno dopo e nemmeno quello dopo e nemmeno quello dopo ancora. Ma questa è una storia già letta.
Quando ebbi diciannove anni a malapena ricordavo cosa fosse successo in quell’anno e pensai che forse il tempo era trascorso davvero troppo velocemente, anche se era solo uno dei cliché che mia mamma estrapolava dai ricordi dei suoi anni ’80.
Attualmente scrivo affinché tra qualche anno il tempo non sembri solo uno srotolarsi di parole e di giornate che si confondono e si ricordano poco. Infondo non saprei di che parlare se non della normalità che ogni mattina mi aspetta fuori dalla porta, io pronta, l’abbraccio ed esco. Un po’ come faccio con mia mamma che poi, nel senso più bello del termine, tanto normale non è.
Ho spesso l’impressione di lasciare trasparire il contrario di ciò che intendo, un po’ come una sfera di pinball finita nel posto sbagliato e con il tilt in azione. Quando avevo quindici anni avevo uno stretto legame con il flipper nella sala giochi sotto casa, un giorno ci andai, non lo dissi a nessuno e guadagnai uno di quegli schiaffi che è raro dimenticare.
Ottenere la piacevole sensazione di esser amati da tutti è una pura utopia, ma a undici anni facevo gli autografi sui quaderni, perché sarei diventata (sicuramente!) una star.
Ma questo è pur sempre il mio solito divagare.
Io all’università non voglio lasciare andare il mio tempo, perciò devo laurearmi presto. Mia sorella, tra una tappa e l’altra del suo tour “after-graduation”, dice che posso essere chi voglio, però non vale più la regola dell’intelligente che non si applica. Ma ho fiducia, tutto sommato dicono che la mela non cadrà mai molto lontano dall’albero.
C’è un mare di vita da fare, e io ho solo bisogno di diventar grande e di non avere l’ansia quando non ce n’è bisogno.

Ottobre col bene che ti voglio.

Io vorrei dire sempre qualcosa di interessante e non convenzionale, ma mi rendo conto che questo desiderio è comune con chi attualmente non è né interessante né non convenzionale. Mi fa un po’ schifo che vi faccia schifo la normalità, che cercate sempre di essere più strani possibile quando il “tasso di diversità” non combacia tra aspetto fisico e mentalità.
Ma poi a me che importa, tanto non dobbiamo essere amici e io non susciterò sicuramente la vostra simpatia. Perché a chi non da fastidio la verità spiaccicata in faccia come una torta fatta col cemento?
Non che io abbia la verità in tasca, ma forse la verità è sempre un po’ nel mezzo (come dicono i luoghi comuni che ci piacciono tanto) e quindi male che va li colgo due o tre a cui da fastidio quello che scrivo.
E il fatto è che vivrò lo stesso perché quest’atteggiamento menefreghista è un po’ così falso che alla fine gli altri ci credono davvero. E pure tu, e vivi pure bene.
Però mi specchio sempre nelle vetrine dei negozi e cambio strada se non mi va di salutare qualcuno, o guardo lo schermo del telefono che ancora vaffanculo, non ce l’ho un messaggio tuo.
Metto ancora il cd dei Ministri e ballo solo nella mia stanza di dieci metri con le pareti fucsia che odio tanto. E aspetto sempre mia sorella che non vedo da due mesi e vado a prenderla alla stazione anche se non ho fatto lo shampoo e l’eye-liner non è perfettamente simmetrico.
Dormo ancora dodici ore perché devo recuperare tutto il sonno perso quando avevo troppa paura e Boing lo guardavo per tutta la notte, tranne quando mia sorella scese dal letto al castello per abbracciarmi e il giorno dopo comprammo le stelle da attaccare sotto il soffitto perché si illuminavano al buio.
Sto andando all’università, un po’ finalmente, un po’ purtroppo.
Mi chiudo nel mio giubbotto di pelle (e no, la moto non ce l’ho!) e nella maggior parte dei casi mi perdo.
Mi piace e perché non devo dirlo, un po’ c’è tutto quello di cui ho bisogno e un po’ mostro ancora che non ho capito un cazzo dei motivi per cui qualcuno non deve salutarti o darti un pugno o dirti tre parole in croce. Forse guardano lo schermo del telefono come me.
Ci vado tre giorni lì, il resto della settimana ancora sto decidendo cosa farne.
Divago, come al solito mi prometto di parlare di cose serie e poi sempre fluiscono astrattismi e punti di sospensione, così le mie cose troppo normali diventano cerchi, quadrati e linee in cui gli altri non vedono niente di speciale. E nemmeno io.
Qualcuno dal vivo ha iniziato a leggermi ad alta voce: non mi preoccupo se è tutto ciò che penso.
Però torno presto, quando capita, quando c’è qualcosa per scrivere o quando è il nulla più totale ed è comunque bello così, un po’ come ottobre che non sa di niente.