Parole per me, anche per te.

Ma allora cambiale le tue abitudini, che sia un inchiostro o la maglietta che non lasci da tre anni per non vederti mai diversa. Mai cresciuta, ma sempre quella.

Che piacere la spregiudicatezza dei vent’anni, tra il sesso e i compleanni che non fanno esser donne.

C’è un silenzio inafferrabile, privo di conforto e di bisogni, spigoloso e freddo, per muoversi nelle cose in cui si brucia, e si ama. Fuori dalle occasioni per perdere aria e vedersi ritornare lacrime.

Puoi diventare come ti immaginano, somigliare a come sei, ma non sarebbe la tua storia e di nulla saprebbero le parole che ti stai dicendo. Ora che intorno è la parte sinistra del cerchio di Itten.

Le notti sono fatte per non parlarsi affatto, fatte per modellarsi, deboli e affabili, per l’alba dopo, per tirare su gli occhiali e dirsi che è solo malinconia, solo tristezza per le cose dette tra un effetto e la normalità.

Da altrove parte la pace e mi raggiunge, tra libri e parole barrate. Le nostre statue scendono in città e si crepano di nuovi sogni. Così la parte migliore di me è dentro una valigia pesantissima, con l’amore di una vita per sé stessi.

“Di cosa vuoi che ti parli che ho poco più di vent’anni, se alla crisi mondiale preferisco i tuoi sguardi.”

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Sulla punta delle dita.

Le vedi queste lacrime tra tutti, le nostre scelte, poi tutti i sogni che non hanno deciso di presentarsi, li sentirai forte, forte scorrere, ti sentirai forte.
Ti sentirai scorrere forte dell’acqua sulle guance e non saranno lacrime, non avrai più quei pantaloni stretti in vita, della vita, le tue scarpe bianche non saranno pronte sulla strada che si aprirà presto, pronta per non essere percorsa.
Porterai le mani sulle spalle, stringerai il tuo di petto tra le braccia tue e di nessun altro.
E’ una forza che sa di esser vinti, come non aver mai vinto davvero, come una maglietta ancora stropicciata, e i capelli non più belli, come cercavi di renderli.
Tre ore a pensare che sarebbe stato bello avere tanto tempo e poco sonno, invece di avere tanto sonno e poco tempo. Poco tempo tra le labbra, in quella piccola scossa che senti quando le apri veloci, e che rilasciano parole, veloci, velocissime.
Agito, corre, non ad agio, corri, corpi senza essere sentiti, tra una strada o nell’eco di una stanza vuota.
Si muove come da un finestrino lato passeggero, guarda al lato, investito o trafitto, da linee veloci, geometriche o non smussate, baciarsi lentamente, baciarsi nella mente, dentro ad ogni piccolo dettaglio, con ogni piccolo dolore, contro ogni piccolo dolore che separa la pelle.
Galleggia un po’ d’inchiostro nel gel di una penna.
Trema, trema nel silenzio che non si fa affrontare, senza affondare completamente, l’acqua, la luce e muove tre secondi di tempo, non me ne sto accorgendo.

Non ho smesso mai.

Quando avevo diciassette anni pensavo davvero che il mondo andasse troppo lentamente; che gli anni veri non sarebbero arrivati mai e sopratutto che gli altri fossero così apparentemente grandi da lasciarmi sempre dubbi su come io sarei diventata.
Compii diciott’anni, lasciai il liceo, non cambiò niente il giorno dopo e nemmeno quello dopo e nemmeno quello dopo ancora. Ma questa è una storia già letta.
Quando ebbi diciannove anni a malapena ricordavo cosa fosse successo in quell’anno e pensai che forse il tempo era trascorso davvero troppo velocemente, anche se era solo uno dei cliché che mia mamma estrapolava dai ricordi dei suoi anni ’80.
Attualmente scrivo affinché tra qualche anno il tempo non sembri solo uno srotolarsi di parole e di giornate che si confondono e si ricordano poco. Infondo non saprei di che parlare se non della normalità che ogni mattina mi aspetta fuori dalla porta, io pronta, l’abbraccio ed esco. Un po’ come faccio con mia mamma che poi, nel senso più bello del termine, tanto normale non è.
Ho spesso l’impressione di lasciare trasparire il contrario di ciò che intendo, un po’ come una sfera di pinball finita nel posto sbagliato e con il tilt in azione. Quando avevo quindici anni avevo uno stretto legame con il flipper nella sala giochi sotto casa, un giorno ci andai, non lo dissi a nessuno e guadagnai uno di quegli schiaffi che è raro dimenticare.
Ottenere la piacevole sensazione di esser amati da tutti è una pura utopia, ma a undici anni facevo gli autografi sui quaderni, perché sarei diventata (sicuramente!) una star.
Ma questo è pur sempre il mio solito divagare.
Io all’università non voglio lasciare andare il mio tempo, perciò devo laurearmi presto. Mia sorella, tra una tappa e l’altra del suo tour “after-graduation”, dice che posso essere chi voglio, però non vale più la regola dell’intelligente che non si applica. Ma ho fiducia, tutto sommato dicono che la mela non cadrà mai molto lontano dall’albero.
C’è un mare di vita da fare, e io ho solo bisogno di diventar grande e di non avere l’ansia quando non ce n’è bisogno.

Ogni giorno è un posto nuovo.

Penso a come sei, come vorrei essere.
A quanto gli altri sono stupiti dal sorriso dei tuoi occhi, dalla curva delle tue labbra: un arcobaleno in mezzo a questa pioggia.
È bella la tua storia, difficile, decisa: è all’alba della vita.
Porti avanti le valigie, cariche di cose semplici, di quelle che riempiono il petto d’orgoglio.
E so che sei la mia àncora, il mio “credo ancora nel futuro”.
Scorriamo a vicenda nelle nostre vene e ti porto dentro, per davvero, da sempre.
E penso.
Penso che sarebbe bello averti vicino e in mille altre città, mischiarci le vite, fingere d’esser grande e proteggerti.
E tenersi i polsi per attraversare le strade e abbandonare gli imbarazzi degli abbracci, che non saranno più saluti.

Ottobre col bene che ti voglio.

Io vorrei dire sempre qualcosa di interessante e non convenzionale, ma mi rendo conto che questo desiderio è comune con chi attualmente non è né interessante né non convenzionale. Mi fa un po’ schifo che vi faccia schifo la normalità, che cercate sempre di essere più strani possibile quando il “tasso di diversità” non combacia tra aspetto fisico e mentalità.
Ma poi a me che importa, tanto non dobbiamo essere amici e io non susciterò sicuramente la vostra simpatia. Perché a chi non da fastidio la verità spiaccicata in faccia come una torta fatta col cemento?
Non che io abbia la verità in tasca, ma forse la verità è sempre un po’ nel mezzo (come dicono i luoghi comuni che ci piacciono tanto) e quindi male che va li colgo due o tre a cui da fastidio quello che scrivo.
E il fatto è che vivrò lo stesso perché quest’atteggiamento menefreghista è un po’ così falso che alla fine gli altri ci credono davvero. E pure tu, e vivi pure bene.
Però mi specchio sempre nelle vetrine dei negozi e cambio strada se non mi va di salutare qualcuno, o guardo lo schermo del telefono che ancora vaffanculo, non ce l’ho un messaggio tuo.
Metto ancora il cd dei Ministri e ballo solo nella mia stanza di dieci metri con le pareti fucsia che odio tanto. E aspetto sempre mia sorella che non vedo da due mesi e vado a prenderla alla stazione anche se non ho fatto lo shampoo e l’eye-liner non è perfettamente simmetrico.
Dormo ancora dodici ore perché devo recuperare tutto il sonno perso quando avevo troppa paura e Boing lo guardavo per tutta la notte, tranne quando mia sorella scese dal letto al castello per abbracciarmi e il giorno dopo comprammo le stelle da attaccare sotto il soffitto perché si illuminavano al buio.
Sto andando all’università, un po’ finalmente, un po’ purtroppo.
Mi chiudo nel mio giubbotto di pelle (e no, la moto non ce l’ho!) e nella maggior parte dei casi mi perdo.
Mi piace e perché non devo dirlo, un po’ c’è tutto quello di cui ho bisogno e un po’ mostro ancora che non ho capito un cazzo dei motivi per cui qualcuno non deve salutarti o darti un pugno o dirti tre parole in croce. Forse guardano lo schermo del telefono come me.
Ci vado tre giorni lì, il resto della settimana ancora sto decidendo cosa farne.
Divago, come al solito mi prometto di parlare di cose serie e poi sempre fluiscono astrattismi e punti di sospensione, così le mie cose troppo normali diventano cerchi, quadrati e linee in cui gli altri non vedono niente di speciale. E nemmeno io.
Qualcuno dal vivo ha iniziato a leggermi ad alta voce: non mi preoccupo se è tutto ciò che penso.
Però torno presto, quando capita, quando c’è qualcosa per scrivere o quando è il nulla più totale ed è comunque bello così, un po’ come ottobre che non sa di niente.

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Dei lamenti, delle storie che finiscono senza mai aver capito quando sono iniziate, delle persone che devi chiedere e mai che intuiscono, di chi ti chiama e poi non parla, di chi “sei il mio amore impossibile” e che significa, del freddo che poi quando è estate lo rivuoi, del tempo che passa e non sai che farne se non passarlo con te, delle scuole dove piove e della nostra inutilità e impotenza, di tutte le canzoni che mettono parole dove non ne hai più, delle parole perse, degli stati d’animo, degli stati troppo lontani che vorresti raggiungere, delle opere d’arte viste dai pezzi di carta e fatte a pezzi da chi non mette passione in niente, delle cose imposte dall’alto, dei lasciami andare, del lasciarsi andare, di tutte le cose che si colorano nella tua stanza e restano lì, dei sospiri interrotti perché l’aria è cambiata, delle personalità da gestire, delle public relations e dell’essere veri a momenti alternati, dei post it scollati, delle foto sfocate, dei pullman che non passano, degli ombrelli rotti, del non sentire chi ti chiama, del non scoprire chi ti ama, di chi non ti cerca e si lamenta che non l’hai cercato, di svegliarsi nella notte, di convincersi, delle panchine su cui sono seduti i ricordi, del sole in faccia alle nuvole, dell’autunno e della primavera, del non sentirsi una mezza stagione, di mantenere il ritmo, di avere delle scadenze, delle partenze che non avvengono mai, della tabula rasa di cambiamenti, di gente con le scorciatoie, dei futuri imposti, delle scelte che non volevi fare davvero, del nulla in fin dei conti, del non riuscire a fregarsene, del buio, dei stavo scherzando, del coraggio che viene in conseguenza della paura e mai coraggio e basta, della stanchezza di mantenere le parole, di chi non ha capito e non si è mai applicato a farlo, di chi ci sentiamo e non ci sentiamo mai più, dei ti vengo a trovare ed è un pezzo che sei perso, del non c’è tempo, dei mesi che volano, del febbraio arriva presto, dei libretti d’istruzione, dei libri distruzione, del questo non lo scrivo perché poi devo spiegarlo, dei che facciamo sei tu che decidi, del decidere da soli e non sapere niente, ma tu che ne pensi?

Punti di sospensione

Suona.
Zittisco.
Senza muovermi.
Mi scopro piano.
Assorbo piano il freddo.
I tempi sono lunghi.
Un’ora per riattivarmi.
Trovare la forza di uscire.
Smettere di pensare cose angosciose.
Il pullman lo perdo o ci corro dietro o lo prendo e sto in piedi o qualcuno mi fa alzare, e sto in piedi.
Ho una cartella enorme e la sbatto un po’ nelle gambe di tutti.
Mi guardano storto.
Non mi lamento.
Non ancora.
Mi stringo nel giubbotto.
Anche oggi troppo leggero.
Ma tanto poi esce il sole.
Mi convinco.
Mi mischio.
Quasi mi confondo.
Parlo tanto.
Troppo.
Osservo.
Sto zitta quando non dovrei.
Abbiamo litigato.
Ti vogliono parlare.
Ma la occupiamo.
Devi scendere.
Non ti voglio parlare.
Ma questo non funziona.
Non capisci un cazzo.
C’è l’esame.
Ci sta piovendo addosso.
L’hai voluto tu.
Abbiamo il compito.
Mi accompagni.
Usciamo prima.
Prendiamoci un caffè.
Oggi vieni.
Le università.
Andiamo a Berlino.
Quanto manca.
Ti sto cercando.
Non vuoi fare niente.
Grazie.
Ma è così e lo so.
E ai miei sguardi mi abituo.
Discuto.
Vorrei un tema in classe.
Com’è andata la tua estate.
Parlami della tua giornata.
Com’è la tua famiglia.
Hai una migliore amica.
Le cose banali sono quelle da cui è più difficile uscire.
Il tempo vola.
Sono fuori.
Chiacchiere tante.
Vuoi un cioccolatino.
Si è fatto più tardi del previsto.
Devo andare.
Perdo il pullman.
Piove.
Mi inzuppo.
L’ombrello non ce l’ho o è rotto.
Nemmeno chi mi da un passaggio.
Prendo il pullman.
Sto in piedi.
Mi siedo.
Il sedile è bagnato.
Mi piove addosso.
Batteria scarica.
Scendo.
Piove.
Mia mamma si lamenta che sto fuori tutto il giorno.
Ma hai fame?
Non vedi come ti stai facendo.
Mente.
Devo studiare.
Non vedo da un occhio all’altro.
Cinque minuti ed inizio.
Mi sveglio.
Sono le sette.
Nessun messaggio.
Forse non va il wifi.
Forse non c’è campo.
O niente.
Ma perché non mangi.
Sei come tua sorella.
Mente ancora.
Klimt, Matisse, Picasso, Braque, Duchamp ci sono.
Io no.
Si è fatto tardi.
Poi domani me la cavo.
Tanto chi è coraggioso o viene premiato o viene frainteso.
Non mi preoccupo poi così tanto.
Scrivo qualcosa, non lo so dove, dove capita poi.
Ma lo faccio e mi addormento.
Come queste parole che poi le completo il giorno dopo.
Mi sveglio nella notte e spengo tutto.