Il momento di stare a casa

La vita è un teatro e non vale la pena stare in camerino e aspettare che gli altri recitino le loro vite. Resta in scena, vai in scena e resisti in scena. E non fingere di star bene. Stai bene quando stai bene. E quando stai male non aver paura delle tue nude debolezze. Le debolezze ci tengono con i piedi per terra.

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Pioversi addosso.

Vorrei scrivere di me che sto bene, che parto, che vedo oltre la provincia, oltre le storie apparenti, che non smetto di correre, e pure.
Da quando ho scritto l’ultima volta sono cambiate tante cose.
Ho aspettato la primavera con gli occhiali da sole, ho la specialità di saper perdere nelle situazioni, la capacità di dare aspettative e deluderle nello stesso momento, l’eccellente fortuna di non sembrare ciò che sono e di contestare decisioni che fanno parte di guerre già perse in partenza.
Costruisco dei grandiosi mal di testa che sembro in hangover perenne, metto in pausa le sensazioni poche volte alla settimana, lascio scivolare le scarpe in giro per città che non mi sono più amiche, metto fine a delle storie perché sono poco capace di organizzare il tempo o forse do solo la colpa ad esso, ho rotto lo zaino e tutte le parole mi sono cadute a terra, si sono scheggiate, altre le sto ancora cercando. Poi mi rendo conto che la vita vera è quel giorno d’inverno in cui del freddo te ne dimentichi.
Una melodia fa vibrare le pareti della mia stanza come quando stai dormendo e passa un camion, ma oggi è domenica e tutto è spento, una calma apparente che stride e muove dentro, dove l’anima ha delle nuvole da temporale.

Piove.

Non mi scrivi, ma posso farlo io per te. Come quando in qualche bar della provincia mi sentivo dire di continuare perché ti piace ed è così scorrevole, proprio come non lo faccio da tempo.
Mi riparerei dove vanno le nuvole nei giorni di sole, al Louvre o nei musei del mondo chiusi al pubblico.
Intanto riempio i momenti di silenzio con parole che nemmeno sanno ascoltare, non ho speranza nei nichilisti, ma basterebbe un respiro di un attimo, l’attenuazione di una notte, un’anima bohémienne nel posto sbagliato, la scoperta di una vera attitudine.

P.s. Yakamoto Kotzuga fa musica che non riesco ad ascoltare per troppo tempo ma, se state leggendo questo post, dovete ascoltarlo per forza.
E anche Ludovico Einaudi, a prescindere.

Polycolor.

Come quadri mai completati ma capolavori da museo, cieli acquerellati, segni graffiati, mani modellanti, sogni su carta bianca, libri di immagini, tavolozze asciutte, notti sveglie, chiaroscuri abbaglianti, punti di vista paralleli, la quinta dimensione, il tempo tossico, freddo e corpi anatomici, colori veloci dal finestrino, chiese brillanti, indelebili fragranze, sfumature del mare e dell’alba, lunghi viaggi, occhi dinamici, storie, storie, storie.

A cento giorni dall’esame, mi scuserete, ma la malinconia prende il sopravvento.
Non sarei mai voluta giungere a questo momento, a scrivere questo, a proiettare il futuro che (cliché) spaventa.
E se “la matematica non sarà mai il mio mestiere” so almeno che ansia più stress uguale maturità.
Così, tra un ritaglio di tempo e un ritaglio di un progetto da consegnare troppo presto, metto insieme i pezzi da quando mi presentai in camicia il primo giorno e quando il secondo piangevo perché non volevo andarci più, e quando ora l’andare via è un pugno allo stomaco.
Quel numero non sarò io, non sono io.
Sarà una somma di tutti i fraintendimenti, di tutti quei momenti in cui i sorrisi erano solo per sciogliere i nodi alla gola, del perché non capite o sto sbagliando qualcosa, del pensavo di non farcela e del ci salveremo perché poi ci abbiamo creduto.
La mia maturità è quella che ho visto quando ho messo le mie idee davanti a tanti occhi e quando gli occhi li ho dovuti chiudere perchè a qualcuno quelle non piacevano per niente.
Mi sono resa conto che i legami con le Persone erano storie da raccontare, cresco quando qualcuno mi dice grazie sorridendo, quando i pullman (dove ho perso e ritrovato la mia cartella!) e la provincia mi stancano ma mai abbastanza per farmi smettere, quando la storia dell’arte è odi per come me la insegnano e amo per com’è davvero.
Scrivo con le mani tra le mani, con una stilografica, in un momento in cui sento scorrere il tempo nel modo più veloce possibile, ci penso, so tutto del passato e mai niente del futuro, il mio punto fisso, che poi fisso non lo è mai.

Ritorno a studiare.

Mi ricordo del Tate Modern.

Mi ricordo delle luci, di nessuno, della città, del grigio che porto scritto addosso, le storie nuove, le missioni fallite, le idee a prova di proiettile, me li raccontano gli anni belli – e cosa vuoi fare dopo? – segui il tuo papà, o che ne fai del futuro; so che sentirò freddo o dovrò stringere tutti i ricordi, pure quelli della primavera, le mie foto attaccate al muro e gli attimi di Londra mai sviluppati, stretti tra plastica e pellicola; l’anno degli impegni e fatti votare e sorridi pure se non ti piace, e no; abbattiamo i muri o scriviamoci sopra, abbraccerai la vita insieme a me, e gli occhiali da sole mi vestono di sicurezza, ma siete sicuri che sono sicura?
Va veloce, neanche il tempo di fiorire, sfiorare, non mi conosci o forse ti ho raccontato troppo; il natale, gli incontri, è questo ciò che voglio, e si fluidificano le parole, mi distolgo, scrivo, e dove vuoi andare, combattere, scappare, e vado a vivere da sola, mi convinco; non ho la patente ma ho troppi luoghi da raggiungere, facciamoci un tatuaggio che te lo regalo io e ti ho già nel sangue, ti voglio pure sulla pelle; e gli “stai bene da sola”, forse un miraggio, sento le labbra schiudersi per parole che penso davvero, gli sguardi di chi ha letto il tuo sguardo, con i nonostante tutto e senza mai punti finali, quando non esiste il tempo per pensare, non mi spegnere, credo alle illusioni.
Quello che dici, come lo fai, come sbatti in faccia al mondo, ogni volta che è andata bene, o non come volevi, quando io parto da zero e porto tutto con me.
Mi ricordo del Tate Modern e poi tutto è un’ action painting di momenti.

Mio padre mi ha portato dei fiori, mia mamma mi ha offerto una birra.

E’ mezzanotte, come ti senti?
Mi sento solo come ieri.

Mi stringono e mi stringo nell’imbarazzo. E’ così avere diciott’anni, non è niente.
Sono un sacco di pugni allo stomaco i messaggi che ricevo, come se certe persone avessero accumulato tutto ciò che sentivano durante l’anno, adesso mi fanno piovere parole addosso e mi fanno piovere gli occhi.
“Hai un mondo dentro”, sì ma è in corso un cataclisma.
“Ti auguro tutto”, quando avrei preferito che mi stessi soltanto accanto.

Sul banco si presenta un mazzo di fiori, rose di quel rosa che a me non piace poi così tanto.
“Vorrei scriverti tante cose belle come hai fatto tu, ma… ti voglio bene da morire.”
Siamo solo uguali, è solo il bene di una vita intera.

“E’ il nostro compleanno, io ero con te in quella stanza, eravamo sole. Beviamoci una birra.”
E mi viene così tanto da sorridere che non ci penso a tutto il resto.
E’ che sono tutto quello che mi ha dato, che mi ha detto, scritto.

Ma è così avere diciott’anni, non è niente.
E’ non dire di avercela fatta, perché non sei nemmeno a metà dell’opera. E sono senza colori, senza bozze per il futuro.
E’ un giorno di resoconti, di chi è lontano e non l’ho mai sentito così vicino, di chi ha capito tutto, chi niente.
Vorrei non avere solo il ricordo, ma anche la certezza di portare con me tutto questo.
Ieri ero sempre io, anche domani lo sarò. Sempre quella che odia le sorprese.
E’ la mia storia, la sto scrivendo io, mi vedo, mi sento, con tutta la voglia di andare ancora, di ricordarmi un po’ che esistere non è uguale a lottare, che aspirare non significa illudersi.
La fine di settembre è questo, solo un altro livello di una spirale di vita.
Come al solito, mi lego tutto ai polsi.
E non mi sono mai sentita così piccola.