Parole per me, anche per te.

Ma allora cambiale le tue abitudini, che sia un inchiostro o la maglietta che non lasci da tre anni per non vederti mai diversa. Mai cresciuta, ma sempre quella.

Che piacere la spregiudicatezza dei vent’anni, tra il sesso e i compleanni che non fanno esser donne.

C’è un silenzio inafferrabile, privo di conforto e di bisogni, spigoloso e freddo, per muoversi nelle cose in cui si brucia, e si ama. Fuori dalle occasioni per perdere aria e vedersi ritornare lacrime.

Puoi diventare come ti immaginano, somigliare a come sei, ma non sarebbe la tua storia e di nulla saprebbero le parole che ti stai dicendo. Ora che intorno è la parte sinistra del cerchio di Itten.

Le notti sono fatte per non parlarsi affatto, fatte per modellarsi, deboli e affabili, per l’alba dopo, per tirare su gli occhiali e dirsi che è solo malinconia, solo tristezza per le cose dette tra un effetto e la normalità.

Da altrove parte la pace e mi raggiunge, tra libri e parole barrate. Le nostre statue scendono in città e si crepano di nuovi sogni. Così la parte migliore di me è dentro una valigia pesantissima, con l’amore di una vita per sé stessi.

“Di cosa vuoi che ti parli che ho poco più di vent’anni, se alla crisi mondiale preferisco i tuoi sguardi.”

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Settembre 

Quello degli occhi gonfi
del dove vai
e come dormi
e cosa sogni.

Quello del non posso
del come stai
e come non lo sai
e cosa vuoi piuttosto.

Quello che poi passa
del tingersi la faccia
e come non ci senti
e cosa vuoi che pensi.

Quello che ora
del farlo adesso
e come un mese solo
e come te nessuno.

Natali spenti, interruttori persi.

Cos’è se non una corsa continua.
Vorrei fermarmi a volte, a guardare scorrere il ricominciare del tutto.
Il Natale l’ho visto, ve lo giuro.
L’ho letto e ci ho pianto pure.
L’ho guardato e gli ho sorriso più che potevo.
Forse significa smettere di avere paura, e che siamo noi quando smettiamo di averne?
Siamo fiumi di parole, di momenti fermi, di materia che scompare, se non quel noi-materia che stringendoci potremmo non scomparire mai.
Scrivi così resta, è questa la verità, è questo che voglio.
Dicono che gli umani hanno solo paura di essere dimenticati, è questo di cui, anche alla vigilia di Natale, sono convinta.
Così gli altri custodiscono oggetti per non dimenticarci mai.

Scendo tra la folla ma devo prendere presto un po’ d’aria.
Ma auguri per chi, per cosa.
Decidiamo il nostro destino e poi il cinquanta per cento è in base a quanti auguri abbiamo collezionato?
Ma forse Dio non ha collaudato bene il suo calendario, o ho divagato dai suoi impegni?

Vorrei spegnere il Natale, quello delle lampadine, e vedere le luci solo negli occhi di chi guardo.
Ho ricordi nitidi, spigolosi e avventurosi.
Lo ricordo quest’anno ed è già una grande cosa.
Scrivo ancora un capitolo di questa grande storia, la scrivo per farla restare.

Felici sempre.

Mio padre mi ha portato dei fiori, mia mamma mi ha offerto una birra.

E’ mezzanotte, come ti senti?
Mi sento solo come ieri.

Mi stringono e mi stringo nell’imbarazzo. E’ così avere diciott’anni, non è niente.
Sono un sacco di pugni allo stomaco i messaggi che ricevo, come se certe persone avessero accumulato tutto ciò che sentivano durante l’anno, adesso mi fanno piovere parole addosso e mi fanno piovere gli occhi.
“Hai un mondo dentro”, sì ma è in corso un cataclisma.
“Ti auguro tutto”, quando avrei preferito che mi stessi soltanto accanto.

Sul banco si presenta un mazzo di fiori, rose di quel rosa che a me non piace poi così tanto.
“Vorrei scriverti tante cose belle come hai fatto tu, ma… ti voglio bene da morire.”
Siamo solo uguali, è solo il bene di una vita intera.

“E’ il nostro compleanno, io ero con te in quella stanza, eravamo sole. Beviamoci una birra.”
E mi viene così tanto da sorridere che non ci penso a tutto il resto.
E’ che sono tutto quello che mi ha dato, che mi ha detto, scritto.

Ma è così avere diciott’anni, non è niente.
E’ non dire di avercela fatta, perché non sei nemmeno a metà dell’opera. E sono senza colori, senza bozze per il futuro.
E’ un giorno di resoconti, di chi è lontano e non l’ho mai sentito così vicino, di chi ha capito tutto, chi niente.
Vorrei non avere solo il ricordo, ma anche la certezza di portare con me tutto questo.
Ieri ero sempre io, anche domani lo sarò. Sempre quella che odia le sorprese.
E’ la mia storia, la sto scrivendo io, mi vedo, mi sento, con tutta la voglia di andare ancora, di ricordarmi un po’ che esistere non è uguale a lottare, che aspirare non significa illudersi.
La fine di settembre è questo, solo un altro livello di una spirale di vita.
Come al solito, mi lego tutto ai polsi.
E non mi sono mai sentita così piccola.

L’odore di un’estate che finisce.

Viene giù il cielo stamattina.
Tuoni e secchiate d’acqua dalle nuvole come sveglia, è il benvenuto di settembre che fa da background, come chi passa e non saluta mai, come una scenografia di cui nessuno se ne accorge, come chi ti sta parlando ma non gliene frega un cazzo di ciò che dici, come il mese del tuo compleanno che ti mette ansia.
Le case, le strade che si allagano, il cielo come quello perenne di Londra, gli addii, i rimorsi, la routine, i ritorni, i flashback, chi è andato, chi ancora aspetta per partire. Io ho solo quella strana sensazione di quando inizi una cosa nuova, ma non è iniziato niente, resto immobile, a guardare, a cercare qualcosa per riempire il tempo, qualcosa che si colora sotto il mio soffitto, che corre fuori dalla finestra.
Ha smesso di piovere e tutto tacerà ancora per pochi minuti, è un’osmosi sociale, finita la tempesta – ritornare alla normalità.
Così è un altro giro di giostra, dalla finestra passa aria fredda, rigenerata e entra l’odore di un’estate che finisce, che perde tutto, che apre nuove strade e mi da un bagaglio nuovo da riempire.
“La differenza di tutto è solo la fine.”

Mi hanno detto che le lacrime non servono a niente, ma mentivano.
Mi hanno insegnato che tutti possono essere forti, ma non sapevano spiegare come.
Mi hanno visto cresciuta e cambiata, ma non si sono chiesti il perché.
Mi hanno sorriso sui pullman, ma poi sono scesi e non li ho rivisti più.
Mi hanno detto di aver riempito la loro vita, ma dopo se ne sono andati.
Ammettere è il primo passo per combattere, ci renderà migliori.