L’odore di un’estate che finisce.

Viene giù il cielo stamattina.
Tuoni e secchiate d’acqua dalle nuvole come sveglia, è il benvenuto di settembre che fa da background, come chi passa e non saluta mai, come una scenografia di cui nessuno se ne accorge, come chi ti sta parlando ma non gliene frega un cazzo di ciò che dici, come il mese del tuo compleanno che ti mette ansia.
Le case, le strade che si allagano, il cielo come quello perenne di Londra, gli addii, i rimorsi, la routine, i ritorni, i flashback, chi è andato, chi ancora aspetta per partire. Io ho solo quella strana sensazione di quando inizi una cosa nuova, ma non è iniziato niente, resto immobile, a guardare, a cercare qualcosa per riempire il tempo, qualcosa che si colora sotto il mio soffitto, che corre fuori dalla finestra.
Ha smesso di piovere e tutto tacerà ancora per pochi minuti, è un’osmosi sociale, finita la tempesta – ritornare alla normalità.
Così è un altro giro di giostra, dalla finestra passa aria fredda, rigenerata e entra l’odore di un’estate che finisce, che perde tutto, che apre nuove strade e mi da un bagaglio nuovo da riempire.
“La differenza di tutto è solo la fine.”

Mi hanno detto che le lacrime non servono a niente, ma mentivano.
Mi hanno insegnato che tutti possono essere forti, ma non sapevano spiegare come.
Mi hanno visto cresciuta e cambiata, ma non si sono chiesti il perché.
Mi hanno sorriso sui pullman, ma poi sono scesi e non li ho rivisti più.
Mi hanno detto di aver riempito la loro vita, ma dopo se ne sono andati.
Ammettere è il primo passo per combattere, ci renderà migliori.

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Mi hanno scritto un racconto.

Io non mi sono mai fidata delle persone che dicono “io sono come mi vedi”.
No, perché io non sono come mi vedono e vedo gli altri in modi che poi si rivelano sbagliati.
Non capisco perché il mondo vuole sbattere per forza in faccia alle persone, uno esce e sbam.
Mai a stare tranquilli.
Forse è vero che più vuoi cancellare qualcuno dalla tua vita e più questo lascia il segno.
Ma continuo ad accelerare e sono consapevole dello schianto.
Io vorrei una motocicletta, rossa come quella del mio papà.
Stasera torno a casa e mi viene da pensare che la città in cui vivo (che è differente da quella in cui dormo) è un grande schifo.
Se non avessi quei pochi amici legati al polso.
E so perché lo penso, perché io certe storie non le voglio vedere.
Perché certo, le storie si intrecciano, spesso, ma non sempre i nodi si stringono abbastanza e questo significa aver fallito. Altro giro altri vincitori.

Però stasera sono in sovrappeso di pensieri, dal finestrino vedo le luci che sembrano le scie delle stelle cadenti e qualcuno mi ha scritto un racconto.
Ne lascio un pezzo qui.

La vide allungare gli occhi verso l’orizzonte, strisciarli sui bianchi zampilli che fan sembrare Onda (assassina di prima classe) leggera. Mai aveva visto qualcuno guardare Mare come lei faceva.

Illegali per sbaglio.

Le monete le avevo nella mano destra e dietro le spalle un sacco di fretta.
Uscivo dal mio portone di casa quando il pullman passava e davanti a me si coloravano due scelte:
Prenderlo, arrivare puntuale e rischiare.
Comprare un biglietto e aspettare mezz’ora.

“Hey sto arrivando!”

In questo pullman ci sono poche persone per il momento, le scruto bene e cerco subito conforto in qualche individuo che ha l’aria di chi non ha un biglietto come me.
Trovato.
Sono a metà corsa e nessuno ancora mi si è seduto accanto.
Manco a dirlo che una ragazza, per la fretta di salire e sedersi, mi da una spallata e mi spalma sul finestrino.
Due che si completano per le loro stazze fisiche, discutono e stringono tra le mani uno spinello come se fosse la loro bacchetta magica.
Mi vedo riflessa e non ho il coraggio di aprire la mia moleskine, così cerco di ricordare tutto.
E quasi dimentico l’ansia.
Usare il trasporto pubblico qui, paragonato ad una citazione (che mi permetto), è “come arrivare sulla luna in Fiat Uno”.
Qui lo dico e qui lo nego che il karma esiste, ma ho buone ragioni per crederci perché ero giunta salva a destinazione.
Ma al ritorno ho così tanta ansia di timbrare che lo faccio a penna, con quella mia preferita che è come se fosse un bonus.
Poi scappano e si agitano così tanto questi che devo togliere una cuffia.
Un uomo basso, brizzolato e poco sorridente con la sua camicia azzurra sudata, gli occhiali poggiati sulla punta del naso (che più punta non si può) e con la pancia che allarga un po’ lo spazio tra i bottoni i quali, si aprono sul petto come un sipario, e mostrano la sua croce d’oro; mi dice “signorina il biglietto” e io glielo faccio vedere, tutta fiera di me stessa perché l’avevo scritto con la mia penna preferita.
Ma non mi crede, dice che l’ho appena fatto, così me lo strappa e il pezzo mancante lo lascia cadere pure a terra.
Malfidato.
Io se fossi un controllore avrei ragione di credere che le ragazze con le sopracciglia curate non possono non avere un biglietto.
Nel mentre arrivo nel mio paese di cittàlaggiù, pure con lo stomaco sotto sopra per questi maledetti sediolini al contrario e sono l’ultima a scendere.
E mi sento un po’ stanca senza far nulla, respiro un po’ e faccio il resoconto della giornata: sopravvissuta.

“Pensavo fossi antipatica prima di conoscerti.”

È solo una questione di abitudine.
Devo solo abituarmi al fatto che la mia vita è un continuo altalenare, che un giorno dai cento e il giorno dopo ti ritorna zero con annessi stati confusionali e lacrime.

Questo così dovrebbe essere il mio primo post su questo blog di cui mi vergogno un sacco perché per la prima volta ci metto la faccia alle stronzate che scrivo.
Quindi perché non tagliare il nastro in una di quelle giornate che quando arrivi a sera ti viene solo da dire “ma che cazzo è successo?”
Okay, sarà un blog estremamente caotico e molto poco puntuale.
La mia prof. dice che faccio troppe frasi nominali, io so che metto troppo spesso e troppi punti.
Ho riletto circa trenta volte queste parole perché sono sempre indecisa su tutto, su le situazioni in cui mi trovo, su le persone (di merda) che incontro, sull’inutile filosofare che mi affligge o tipo su che scarpe comprare e su che scarpe comprare ancora.
Il perché di questo nome lo spiego più in là o non lo spiego proprio perché è veramente poco fondamentale.
Che faccio, chi sono e dove respiro: sono tutta un’altra storia.

Per ora lascio una foto qui perché sono stata con tutta la mia famiglia a mille e seicento metri tra le nuvole (che per me è come scalare l’Everest!) e questa cosa, unica e sola di oggi, mi fa sorridere.

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