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Il momento di stare a casa

La vita è un teatro e non vale la pena stare in camerino e aspettare che gli altri recitino le loro vite. Resta in scena, vai in scena e resisti in scena. E non fingere di star bene. Stai bene quando stai bene. E quando stai male non aver paura delle tue nude debolezze. Le debolezze ci tengono con i piedi per terra.

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Io da tanto

Quello che c’è fuori dal mio balcone alle sette di sera è un pezzo di cielo e città, scende presto il sole, tra ombra e vento, seduta, mi copro la faccia, come quella volta in cui mi insegnarono il tramonto con gli acquerelli.
Solo sedici euro e due bicchieri per un tramonto a qualsiasi ora del giorno.
Come il tramonto a Copenaghen, tra la pioggia e quaranta corone per ogni respiro.
Le più grandi decisioni si prendono nei momenti più brevi possibili, come quando dico a mia mamma che andrò via mentre mettiamo il mascara allo specchio e mi risponde che lei e papà non mangeranno più le patatine fritte, così saranno magrissimi quando torneremo a casa.
Mi piace l’idea del tornare a casa, è sempre stata la mia soluzione.
Sono sul bagnasciuga di un anno che sarà difficile, mi ricordo che ho scritto sul post-it accanto: “avremo qualcosa da raccontare” .

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#44

In un fiume
freddo di parole
poche
vere
tra le paure
altisonanti
non so cosa voglio
so cosa
mi manca.

Non può bastare
un solo
sogno
per una sola vita.
Come
una pagina
per una storia
vera
che voglio
far ricordare.

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Parole per me, anche per te.

Ma allora cambiale le tue abitudini, che sia un inchiostro o la maglietta che non lasci da tre anni per non vederti mai diversa. Mai cresciuta, ma sempre quella.

Che piacere la spregiudicatezza dei vent’anni, tra il sesso e i compleanni che non fanno esser donne.

C’è un silenzio inafferrabile, privo di conforto e di bisogni, spigoloso e freddo, per muoversi nelle cose in cui si brucia, e si ama. Fuori dalle occasioni per perdere aria e vedersi ritornare lacrime.

Puoi diventare come ti immaginano, somigliare a come sei, ma non sarebbe la tua storia e di nulla saprebbero le parole che ti stai dicendo. Ora che intorno è la parte sinistra del cerchio di Itten.

Le notti sono fatte per non parlarsi affatto, fatte per modellarsi, deboli e affabili, per l’alba dopo, per tirare su gli occhiali e dirsi che è solo malinconia, solo tristezza per le cose dette tra un effetto e la normalità.

Da altrove parte la pace e mi raggiunge, tra libri e parole barrate. Le nostre statue scendono in città e si crepano di nuovi sogni. Così la parte migliore di me è dentro una valigia pesantissima, con l’amore di una vita per sé stessi.

“Di cosa vuoi che ti parli che ho poco più di vent’anni, se alla crisi mondiale preferisco i tuoi sguardi.”

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Agosto di un’estate un po’ così.

Era da tanto che non era agosto e io manco già da un po’, ma ora aumenta la luminosità del tuo telefono e metti gli occhiali sopra i ricordi, l’intera estate dura un giorno.
Maledetta l’abitudine, potessi averla avanti le direi che sono sveglia e sto correndo, sto bene, che banale questa cosa a dirsela da soli. Sono passate nella mia stanza tante storie in questi mesi, ho cercato nuovi legami, recuperato degli amici, perso un mare di cose, tenuto d’occhio bambini sotto il sole, e poi ho ascoltato i Coldplay a Milano, con mia sorella e tanta luce. Forse uno dei momenti più belli della mia vita. Così sono tornata a casa e ho dovuto scrivermi addosso, per sempre, che non sarò mai sola.
E’ uno di quei momenti in cui mi vedo costruire e distruggere, tra cambiare e scegliere la malinconia. Non ho intenzione di abbandonare tutto questo, ma la verità è che scrivo quando sto male, quando fuori fa più freddo del previsto, quando è terapia, quando ci sono fenditure da cui far entrare la luce e bagliori da spegnere.

Ma pur resta che qualcosa è accaduto, per essere qui.
Tra pagine e inchiostro verde, di leggerezza e stelle. Oggi sono io a deporre le armi, che scelgo di non sparare, perché forse merito la pace, merito la cura, la gioia che non manchi mai. Mi riparo dalle cose che non sono come sembrano e scelgo con attenzione chi essere, lieve o decisa, risoluta o provvisoria con la tristezza e il capire, tra i difetti e le correzioni di un giorno.
Parto per partire, perché qualcuno ha detto che quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose. 

Non manca molto, è quasi la fine di settembre, ci sentiamo presto o prima.

 

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Stanze bianche. 

Io non voglio incontrarti per caso in qualche bar di gente ricca e che si finge tale. Sono ricca di voler esser grande e di scrivere parole senza pensare alla perfezione. E di vedere l’inchiostro sulle mani e tra di noi. Facciamoci qualcosa insieme, tra una frase o mezzo bacio, tra un gin lemon e io. È tutto okay, alla radio non ci sono canzoni che mi parlano di te, non è ancora l’ultimo treno della notte, non c’è ancora spiegare un’attitudine cantata lasciandosi dietro parole non molto importanti. È la mia scrittura poco chiara o la penna prestata per scrivere i nomi di chi respira ogni giorno, ma non sa di me. Ho capito che i dolori servono, a rinascere come qualcuno dice, ad un andrà tutto bene prima di chiudere gli occhi. Gli infelici dei sacrifici e io che ne scrivo, verranno ricompensati, mi convinco. Tre amiche e una Panda nera, alla radio le canzoni che attraversano il mondo senza darci ricordi troppo scomodi. Io che non smetto di pensare alle tue mani intorno ai miei fianchi. Quel giorno non di fronte al mare, non su un aereo per New York come nel nuovo libro di Levante. Mancano quaranta pagine per mettere fine a tre anni della mia vita scritta, anche bagnando di lacrime le maniche delle felpe. Zero rimpianti e tante ripetizioni, tanti vuoti e tante pause ancora in pausa. Quante scarpe tra mille sogni e quante volte ad immaginare oltre ogni presente. Ma ci sto, anche domani. Le persone non cambiano, non ti fidare, dice mamma che poi mi insegna a perdonare, quando c’è sangue, quando c’è amore. Mi zittisco perché penso che il silenzio sia un modo egoista di fantasticare, fare progetti, promesse e patti da rompere in qualsiasi momento. È la rubrica della notte quella su cui puoi contare, chiamare e piangere senza parlare. È la discontinuità che mi caratterizza, io resto un attimo, immediato per essere veri. Non sono mai andata via, mai da ciò che amo davvero. Ho perso delle persone, a volte potrei alzare un telefono, altre devo cercare nella memoria di chi l’ha amate con me. Zero malinconia, giuro. È l’ennesimo periodo del parlare poco e riflettere tanto. Studiare la vita senza paura, con la solitudine per scegliere, nuovi viaggi, nuovi consumarsi. Metto una linea sopra i miei errori per riconoscerli ancora. Per tornare ancora tardi quando non c’è luce nelle scale e scriverti che ci sono e che se bevi qualcosa è meglio. 

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Presto. 

Non so che mi serve, se un piccolo dolore per accertarsi di esser vivi o una grande gioia in un sabato nel mio villaggio.
Mi sembra un po’ strano quello che mi sta accadendo e sento quasi la necessità di raccontarlo, tralascerò purtroppo i dettagli che sono la cosa più interessante.
Tra il caldo e il freddo ed io che svengo nei pullman, ed io che svengo nei bar troppo affollati con musica orrenda. Ed io che le spalle le ho fatte forti, per portare avanti tutte le parole e le penne stilografiche, nello zaino nuovo che mi ha regalato il mio papà senza nessuna occasione. Mia sorella mi ha portato da Milano un anello per ricordarmi che a noi piacciono le cose semplici, i fiori e gli abbracci, gli arrivi e le notti.
Mi sto circondando di persone nuove, non perché voglia dimenticare gli amici vecchi, quelli che ho perso ormai.
Vedo storie nuove e a volte mi sento di non farne parte. Sto imparando i miei limiti, oltre questo svengo, oltre questo vomito, oltre questo devo stamparti un bacio sulle labbra, oltre questo non sai niente di me, oltre questo saranno New Balance e non Louboutin ma non devi calpestarmele comunque.
Sono stata al concerto di Mecna con un pantalone bagnato completamente di birra e nessuno se ne è accorto. Bello, mi è piaciuto e non è una novità. Dormo tanto, male e poi vado a schivare gente all’università, ascolto due ore tutte le parole possibili e cerco di portare qualcosa a casa. Poi scappo, perché sai ho da fare, proprio non mi va di perdere il pullman. L’ho aspettato tre ore un pullman il giorno di carnevale, il giorno del tuo compleanno e della torta sul sedile della macchina di tua mamma e una candelina che ci ha cosparsi di brillantini.
Tra le penne stilografiche e le mani sporche d’inchiostro, tra la musica nuova e il sole, tra il buio e le persone, tra me e scegli tu cosa.
Ho scritto nel curriculum di essere una persona puntuale, ho mentito. Spero di non essere come quei ventenni che vedevo quando non avevo vent’anni.

Ci vediamo presto.